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di Maicol Mercuriali | ItaliaOggi

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Attenti al pomodoro africano

21/03/2018 10:50

Invade i mercati Ue, ma è trattato con prodotti vietati. La denuncia dei produttori italiani: concorrenza sleale e rischi per la salute. E Bruxelles tace

Il pomodoro siciliano sta vivendo una campagna difficile: prezzi alla produzione bassi e una pressione crescente da parte dei Paesi africani come Marocco, Tunisia, Egitto e Senegal.

La concorrenza che arriva da sud influenza le quotazioni in Europa, anche perché nel Continente Nero, oltre ad esserci un costo della manodopera decisamente più basso rispetto all'Italia, sono ammessi trattamenti sulle colture vietati nella Ue.

«Sono circa una trentina i prodotti utilizzati nei Paesi africani e vietati in Europa, principalmente antiparassitari», spiega Massimo Pavan, imprenditore specializzato nella produzione e nel confezionamento degli ortaggi, coordinatore del Comitato di prodotto del Pomodoro da mensa di Ortofrutta Italia, l'organizzazione interprofessionale riconosciuta dal Mipaaf, e componente del Cda del Consorzio Pomodoro di Pachino Igp. «Il prodotto africano praticamente non lo troviamo nella rete distributiva italiana, ma in Europa sì e crea una forte concorrenza in Germania, Francia e Belgio. Non abbiamo garanzie sui prodotti utilizzati in Africa, dove gli standard produttivi sono diversi dai nostri. Pensiamo al bromuro di metile utilizzato per abbattere i patogeni nel terreno, da noi vietato, a loro garantisce rese per ettaro ben superiori alle nostre e sul pomodoro non si trovano residui di questo principio. Ma il vero problema», sottolinea Pavan, «è un altro: il 50% dei costi di produzione del pomodoro è legato alla manodopera. In Italia un operatore costa tra gli 80 e i 90 euro al giorno, in Marocco sono sufficienti 5 euro. Così io per un chilo di pomodoro devo sopportare costi per 1,20 euro, in Africa sono meno della metà».

Di concorrenza sleale parla Andrea Tomasi, produttore di Vittoria (Ragusa) che esporta il 90% dei suoi pomodori. «Nel nostro Paese sosteniamo costi esorbitanti per essere in regola, garantire un reddito equo e giusto ai dipendenti, tutelare la salute dei consumatori», dichiara il giovane imprenditore. «I Paesi africani che esportano nell'Ue, invece, non sono tenuti a garantire le nostre stesse norme. Questo tipo di concorrenza è sleale: regolamentare il mercato non significa fare protezionismo, ma stabilire norme chiare per tutti i partecipanti».

«Siamo quasi a fine campagna e stiamo pagando le conseguenze di un'annata anomala, con prezzi bassi, stracciati, per i pomodori come per le altre orticole», aggiunge Giuseppe Giacchi, presidente dell'Op Gisacoop, che conta 50 imprenditori agricoli associati per 230 ettari di serre nell'areale di Vittoria. «Non si superano i 50 centesimi il chilo e con questi prezzi non si coprono i costi di produzione».

Ma, visti i trattamenti fitosanitari permessi nei Paesi africani, ci possono essere rischi sul prodotto che arriva sul mercato europeo? «Non dovrebbero esistere, perché chi esporta in Europa deve rispettare determinate regole, come l'assenza di residui oppure la presenza di principi alle concentrazioni previste dalle nostre leggi», risponde il professor Agostino Macrì, una lunga carriera all'Istituto Superiore di Sanità e, dopo la pensione, consulente per l'Unione Nazionale Consumatori. «Ma non è escluso che commettano irregolarità perché se un produttore lavora bene, nel prodotto messo in commercio poi non si trovano residui e quando si fanno i controlli alle frontiere vengono superati. Insomma, è un fatto difficilmente riscontrabile: se ne dovrebbe occupare l'Ue, che dovrebbe verificare le metodologie di produzione direttamente sul campo. È principalmente una questione politica e non tecnica», conclude Macrì, «e il vero problema è la manodopera che in Africa non costa nulla: sui pomodori c'è una concorrenza selvaggia, difficile da contrastare».





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