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di Guido Salerno Aletta - Milano Finanza

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Brexit: Berlino e Londra legate in modo indissolubile

15/06/2017 09:30

Per la Germania industriale l’export verso il Regno Unito vale più di quello rivolto verso gli Usa. Dal canto suo, Theresa May non può rinunciare a cuor leggero al dominio nel settore finanziario

La Brexit mette in gioco interessi formidabili: l’industria tedesca da una parte e i servizi finanziari britannici dall’altra. Per la Germania, l’export verso il Regno Unito vale più di quello nei confronti degli Usa: nel 2016, il saldo attivo verso Londra è arrivato al primo posto assoluto, con 50,4 miliardi di euro. Washington ha seguito, a brevissima distanza, con 50 miliardi tondi.

Il referendum sulla Brexit ha dato fiato alle medesime preoccupazioni popolari di cui si è fatto portavoce il presidente americano Donald Trump, che al recente G7 di Taormina ha condannato come molto negativo il comportamento commerciale tedesco, in crescente attivo strutturale. Da parte britannica si deve essere assai cauti, perché la fornitura di servizi finanziari inglesi nei confronti dell’Unione Europea costituisce una voce sostanziosa dell’export, con cui si cerca invano di colmare il disavanzo della bilancia dei pagamenti correnti con l’estero. Questo, infatti, è addirittura raddoppiato nel corso degli ultimi anni, passando dal 2,4% del pil nel 2007 al 5,4% nel 2015. Nello stesso periodo, la Germania ha migliorato ancora la sua posizione attiva, passando dal 6,7% all’8,5% del pil.

Gli ultimi dati sulla bilancia commerciale inglese confermano il trend complessivamente negativo per il commercio estero: nel primo trimestre dell’anno, il saldo di beni e servizi verso il resto del mondo è stato di -8,6 miliardi di sterline, con il settore merci a -33,3 miliardi. Nei confronti degli altri Paesi dell’Unione europea, il passivo commerciale è stato di 24,8 miliardi di sterline, mentre è stato negativo per 8,5 miliardi nei confronti dei Paesi non Ue.

Per la Gran Bretagna, il settore dei servizi finanziari e assicurativi rappresenta una voce estremamente importante. In termini di valore aggiunto, nel 2016 ha contribuito per il 7,2% alla formazione del pil, con 120,6 miliardi di sterline e un +2,3% rispetto all’anno precedente. La crisi ha segnato anche questo settore, che nel 2009 valeva il 9,1% del pil, con 133 miliardi di sterline. Nel 2016, l’export di servizi finanziari è stato di 55,5 miliardi, mentre l’import è stato di 11,7 miliardi, determinando un surplus di 43,8 miliardi.

Nel settore delle assicurazioni e dei fondi pensioni, l’export è stato di 17,1 miliardi, mentre l’import è stato di appena 200 milioni di sterline, determinando un saldo attivo di 16,9 miliardi. In termini di percentuale sul pil, nel 2016 l’avanzo netto sull’estero del totale dei servizi finanziari inglesi è stato del 3%, mentre quello dei servizi assicurativi è stato dello 0,5%, dimostrando entrambi una sostanziale stabilità nel corso degli ultimi dieci anni. Nel biennio 2015-2016 il settore ha contribuito al Fisco con 71,4 miliardi di tasse versate, pari all’11,5% degli incassi: per Londra è la gallina dalle uova d’oro, come lo è l’industria automobilistica per Berlino.

Nella divisione internazionale del lavoro, Berlino, insieme a gran parte della Unione non può rinunciare a un mercato commerciale di sbocco così ricco come quello britannico; Londra a sua volta non può rinunciare al mercato finanziario europeo. Si spiega così la politica della mano tesa alla premier britannica Theresa May, uscita assai indebolita dalla tornata elettorale anticipata, da parte della Cancelliera tedesca Angela Merkel e del suo arcigno ministro delle Finanze Schaeuble.

«La porta è sempre aperta» anche per il neo presidente francese Emmanuel Macron, che ha appena ricevuto la visita della May. La Commissione europea, attraverso il vicepresidente, Valdis Dombrovskis, intanto prepara le munizioni sul piano regolamentare, colpendo duro sulla regolamentazione del clearing dei derivati in euro, attualmente allocato a Londra, che dovrà rimpatriare per ragioni di tutela della stabilità finanziaria. È questo un altro segmento del mercato che, insieme al regime di passaporto finanziario europeo, ha consentito alla City di fare ricchi profitti.

La posizione finanziaria netta sull’estero della Gran Bretagna peggiora, anno dopo anno: a fine 2015 il saldo era di -367 miliardi di euro, il 14,2% del pil. La Germania, invece, ha accumulato attivi enormi: +1.480 miliardi di euro, il 49% del pil. È una convivenza davvero poco sostenibile: mentre la Gran Bretagna ha perso le colonie, la Germania è riuscita a funzionalizzare gran parte delle economie dell’Unione, come fornitori a basso costo. Sembra di essere ritornati ai tempi in cui si discuteva del disarmo, durante la Guerra fredda. Anche allora, c’era la consapevolezza del reciproco annichilimento: chiunque avesse lanciato l’offensiva per primo, sapeva che la ritorsione sarebbe stata devastante. Ancora una volta, per la Gran Bretagna e la Germania, le tentazioni ed i pericoli sono sempre gli stessi.





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