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di Luca Nisco - ItaliaOggi

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Corte Ue: limiti alla richiesta di informazioni fiscali

05/06/2017 09:46

Nuove disposizioni della Corte di Giustizia europea per la regolamentazione dello scambio dati in materia fiscale tra Paesi dell'Unione

I giudici di uno stato membro possono controllare la legittimità delle richieste di informazioni fiscali rivolte da un altro stato membro nell'ambito di un'indagine tributaria. Tale controllo è limitato a verificare se le informazioni richieste non risultino manifestamente prive di qualsiasi «prevedibile pertinenza» con l'indagine tributaria in corso.

Peraltro, affinché il giudice possa esercitare il suo sindacato giurisdizionale, egli deve avere accesso alla richiesta di informazioni e a qualsiasi altro elemento di informazione complementare che le autorità dello stato interpellato abbiano eventualmente ricevuto dalle autorità dello stato richiedente.

Sono queste le principali statuizioni contenute nella sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea del 16 maggio 2017, resa nella causa C-682/15 (Berlioz Investment Fund SA / Directeur de l'administration des contributions directes) su rinvio pregiudiziale da parte della Corte amministrativa del Lussemburgo e vertente sulla possibilità, per il giudice nazionale, di vagliare la legittimità di una decisione di ingiunzione e, tramite questa, della richiesta di informazioni su cui la decisione di ingiunzione si fonda.

Nel corso del 2014, nell'ambito di una verifica fiscale su una società francese, la Cofima, l'amministrazione tributaria francese ha rivolto all'amministrazione tributaria lussemburghese una richiesta di informazioni, ai sensi dell'art. 5 della direttiva 2011/16/Ue sulla cooperazione amministrativa nel settore fiscale, circa la società controllante lussemburghese della Cofima, la Berlioz Investment Fund. Su richiesta delle autorità tributarie lussemburghesi, la Berlioz ha fornito tutte le informazioni richieste, tranne i nominativi e gli indirizzi dei suoi soci, l'importo del capitale detenuto da ciascuno di essi e la rispettiva percentuale di partecipazione, reputando che tali informazioni non fossero «prevedibilmente pertinenti» per la verifica condotta dall'amministrazione tributaria francese.

A seguito del rifiuto da parte della Berlioz di fornire tali informazioni, l'amministrazione tributaria lussemburghese le ha inflitto, nel 2015, un'ammenda amministrativa pari a 250 mila euro. La Berlioz ha adito la giustizia amministrativa lussemburghese per far annullare sia l'ammenda sia la decisione di ingiunzione (da parte dell'autorità lussemburghese che le ingiungeva, per l'appunto, di fornire le informazioni in contestazione). In primo grado, il Tribunale amministrativo di Lussemburgo ha ridotto l'ammenda a 150 mila euro, al contempo rigettando la richiesta verifica circa la legittimità della decisione di ingiunzione. Ciò in quanto, ai sensi della legislazione lussemburghese, è possibile chiedere l'annullamento o la riduzione dell'ammenda, ma non (anche) l'annullamento della richiesta di scambio di informazioni e della correlata decisione di ingiunzione.

La Berlioz ha quindi proposto appello dinanzi alla Corte amministrativa del Lussemburgo, ritenendo che il suo diritto a un ricorso giurisdizionale effettivo, come garantito dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Ue (art. 47), fosse stato violato. La Corte amministrativa del Lussemburgo si è a sua volta rivolta alla Corte di giustizia per far chiarire, in via pregiudiziale, se vi è potere per il giudice nazionale di vagliare la legittimità della decisione di ingiunzione e, pertanto, della richiesta di informazioni su cui la decisione di ingiunzione si fonda.

La Corte, dopo avere premesso che, ai sensi dell'art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue e per costante giurisprudenza, la tutela nei confronti di interventi dei pubblici poteri nella sfera di attività privata di una persona, sia fisica che giuridica, che siano arbitrari o sproporzionati, rappresenta un principio generale del diritto dell'Unione, ha precisato che tale tutela può essere invocata da un amministrato contro un atto che gli arreca pregiudizio, come l'ingiunzione e la misura che infligge la sanzione nel procedimento principale, sicché siffatto amministrato può avvalersi di un diritto garantito dal diritto dell'Unione, nell'accezione dell'art. 47 della Carta, che gli conferisce un diritto a un ricorso effettivo.

La Corte considera, inoltre, che il giudice nazionale, cui sia stato sottoposto un ricorso avverso un'ammenda inflitta a un amministrato per inottemperanza a una decisione di ingiunzione, deve poter esaminare la legittimità di quest'ultima affinché sia rispettato il diritto a un ricorso giurisdizionale effettivo, sancito nella Carta.

Una tale decisione di ingiunzione può essere legittima solo se le informazioni richieste sono «prevedibilmente pertinenti» ai fini dell'indagine tributaria condotta dallo stato membro richiedente. Più precisamente, l'obbligo in capo alle autorità tributarie di uno stato membro di cooperare con le autorità tributarie di un altro stato membro si estende esclusivamente alla trasmissione d'informazioni «prevedibilmente pertinenti», con ciò escludendo le richieste generiche di informazioni ovvero quelle non attinenti alle questioni fiscali di un determinato contribuente.

Peraltro, le autorità dello Stato membro interpellato non devono limitarsi a un controllo sommario e formale della regolarità della richiesta di informazioni, bensì devono anche assicurarsi che le informazioni richieste non siano sprovviste di qualsiasi prevedibile pertinenza ai fini dell'indagine tributaria, tenuto conto dell'identità del contribuente coinvolto nell'indagine e della finalità di quest'ultima. Parimenti, il giudice dello stato interpellato deve poter esercitare il controllo sulla legittimità della richiesta, limitandosi ad accertare che la decisione di ingiunzione si fondi su una richiesta di informazioni sufficientemente motivata e vertente su informazioni che non appaiano manifestamente prive di qualsiasi pertinenza prevedibile nei confronti dell'indagine tributaria in questione.

Al fine di consentire al giudice l'esercizio del proprio sindacato giurisdizionale, esso deve avere accesso alla richiesta di informazioni e a qualsiasi altro elemento di informazione complementare che le autorità dello stato interpellato abbiano eventualmente ricevuto dalle autorità dello stato richiedente, mentre può essere opposto all'amministrato il segreto della richiesta di informazioni, non sussistendo un diritto di accesso a tale richiesta nella sua interezza, essendo la stessa un documento segreto ex art. 16 della direttiva 2011/16/Ue.

E infatti, è sufficiente che l'amministrato abbia accesso all'informazione minima di cui all'art. 20, par. 2, della direttiva 2011/16/Ue, vale a dire quella relativa all'identità del contribuente coinvolto e al fine fiscale delle informazioni richieste. Tuttavia, se il giudice dello stato membro interpellato considera che detta informazione minima non sia sufficiente a questo proposito, e se esso richiede all'autorità interpellata elementi di informazione complementari, tale giudice è tenuto a fornire detti elementi di informazione complementari all'amministrato coinvolto, tenendo debitamente conto, nel contempo, dell'eventuale riservatezza di taluni di questi elementi.





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