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di Valeria Santoro | Mf-DowJones News

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Corte Ue, ok relocation richiedenti asilo da Italia e Grecia

06/09/2017 11:07

Lussemburgo dà ragione a Roma. Per la Corte è giusto che i migranti vengano redistribuiti in modo proporzionato tra i Paesi

La Corte di giustizia Ue respinge i ricorsi della Slovacchia e dell'Ungheria contro il meccanismo provvisorio di ricollocazione obbligatoria di richiedenti asilo. Tale meccanismo contribuisce effettivamente e in modo proporzionato a far sì che la Grecia e l'Italia possano far fronte alle conseguenze della crisi migratoria del 2015.

Il ricorso dei due Paesi era nato contro il provvedimento del Consiglio Ue che -come risposta alla crisi migratoria che ha colpito l'Europa nell'estate 2015- ha adottato una decisione per aiutare l'Italia e la Grecia ad affrontare il flusso massiccio di migranti. Tale decisione prevede la ricollocazione, a partire da questi ultimi due Stati membri e su un periodo di due anni, di 120.000 persone in evidente bisogno di protezione internazionale verso gli altri Stati membri dell'Unione.

La decisione impugnata è stata adottata sul fondamento dell'articolo 78, secondo il quale "qualora uno o piú Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro o degli Stati membri interessati. Esso delibera previa consultazione del Parlamento europeo".

La Slovacchia e l'Ungheria, che, insieme alla Repubblica Ceca e alla Romania, hanno votato in seno al Consiglio contro l'adozione di tale decisione, hanno chiesto alla Corte di giustizia di annullarla. Nel corso del procedimento dinanzi alla Corte, la Polonia è intervenuta a sostegno della Slovacchia e dell'Ungheria, mentre il Belgio, la Germania, la Grecia, la Francia, l'Italia, il Lussemburgo, la Svezia e la Commissione sono intervenuti a sostegno del Consiglio.

Nella sentenza la Corte dichiara tra l'altro che l'articolo 78, paragrafo 3, TFUE consente alle istituzioni dell'Unione di adottare tutte le misure temporanee necessarie a rispondere in modo effettivo e rapido ad una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di migranti. Queste misure, precisa la Corte, possono derogare anche ad atti legislativi a condizione, segnatamente, che siano circoscritte sotto il profilo del loro ambito di applicazione sia sostanziale che temporale, e che non abbiano per oggetto o per effetto di sostituire o di modificare in modo permanente siffatti atti, condizioni rispettate nel caso di specie.

La Corte dichiara inoltre che le conclusioni del Consiglio europeo del 25 e 26 giugno 2015, secondo le quali gli Stati membri devono decidere "per consenso" in ordine alla distribuzione di persone in evidente bisogno di protezione internazionale "tenendo conto della situazione specifica di ogni Stato membro", non potevano ostare all'adozione della decisione impugnata. Infatti, tali conclusioni facevano riferimento a un altro progetto di ricollocazione inteso, come risposta all'afflusso di migranti rilevato nei primi sei mesi del 2015, a ripartire 40.000 persone tra gli Stati membri. Questo progetto è stato oggetto della decisione 2015/1523 e non della decisione impugnata nel caso di specie. La Corte aggiunge che il Consiglio europeo non può in alcun caso modificare le regole di voto previste dai Trattati.

La Corte rileva inoltre che, se è pur vero che sono state apportate modifiche sostanziali della proposta di decisione iniziale della Commissione, in particolare quelle intese a dare attuazione alla domanda dell'Ungheria di non figurare nell'elenco degli Stati membri beneficiari del meccanismo di ricollocazione e qualificandola come Stato membro di ricollocazione, il Parlamento è stato debitamente informato di tali modifiche prima dell'adozione della sua risoluzione del 17 settembre 2015, il che gli ha consentito di tenerne conto nella risoluzione. A tal riguardo, la Corte sottolinea che le altre modifiche apportate dopo tale data non hanno inciso sulla sostanza stessa della proposta della Commissione.

La Corte considera d'altronde che il meccanismo di ricollocazione previsto dalla decisione impugnata non costituisce una misura manifestamente inadatta a contribuire al raggiungimento del suo obiettivo, ossia aiutare la Grecia e l'Italia ad affrontare le conseguenze della crisi migratoria del 2015. Inoltre, la Corte ritiene che la validitá della decisione non possa essere rimessa in discussione sulla base di valutazioni retrospettive riguardanti il suo grado di efficacia. Infatti, quando il legislatore dell'Ue deve valutare gli effetti futuri di una nuova normativa, la sua valutazione può essere rimessa in discussione solo qualora appaia manifestamente erronea alla luce degli elementi di cui esso disponeva al momento dell'adozione di tale normativa. Cosa che non avviene in questo caso poichè il Consiglio ha proceduto, sulla base di un esame dettagliato dei dati statistici disponibili all'epoca, ad un'analisi obiettiva degli effetti della misura con riferimento alla situazione di emergenza in questione.

La Corte osserva, in particolare, che il numero poco elevato di ricollocazioni effettuate a tutt'oggi in applicazione della decisione impugnata può spiegarsi con un insieme di elementi che il Consiglio non poteva prevedere al momento dell'adozione di quest'ultima, tra cui, segnatamente, la mancanza di cooperazione di alcuni Stati membri. La Corte rileva che il Consiglio non è incorso in errore manifesto di valutazione nel considerare che l'obiettivo perseguito dalla decisione impugnata non poteva essere realizzato da misure meno restrittive. Infatti, la Corte dichiara che il Consiglio non ha ecceduto il suo ampio potere discrezionale nel ritenere che il meccanismo previsto dalla decisione 2015/1523, che era giá inteso a ricollocare, su base volontaria, 40.000 persone, non sarebbe stato sufficiente ad affrontare il flusso senza precedenti di migranti che ha avuto luogo nei mesi di luglio e agosto dell'anno 2015.





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