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di Andrea Cabrini - Milano Finanza

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Delrio: cari tedeschi, adesso basta

22/05/2017 09:18

L’austerità imposta dalla Germania ha indebolito il progetto europeo e sul caso-emissioni che coinvolge Fca serve un chiarimento con Berlino, attacca il ministro dei Trasporti italiano. Alitalia? I cinesi sono molto attenti al destino della compagnia

Il ministro Graziano Delrio si prepara a gestire il G7 dei Trasporti a Cagliari. E proprio in Sardegna ha partecipato a Linkontro Nielsen sulle sfide per le imprese nel mondo digitale. In questa intervista a ClassCnbc presenta le sue posizioni sulla manovra d’autunno e sul Rosatellum, sulla Europa dopo Macron e sulle tensioni con la Germania sul caso Fca, sulle trattative per Alitalia in Cina e sull’operazione Atlantia-Abertis. Ma anche sulle polemiche su Banca Etruria e sul ritorno di Matteo Renzi alla guida del Partito Democratico.

Domanda. Ministro Delrio, innanzitutto in quale stato si presenta l’economia italiana ai Grandi che accoglieremo per il vertice di Taormina?
Risposta. Non così pessimo come si vuol far credere, ma comunque serio. C’è un grande tema aperto, quello del lavoro, soprattutto femminile e giovanile. Oltre a un problema di criminalità organizzata e a un tema di divisione interna tra Nord e Sud che va sanato. Ricordo che la Germania dagli anni ‘90 a oggi ha investito 1.600 miliardi di euro, pari all’intero prodotto interno lordo italiano, per integrare la parte Est. A noi serve pianificazione e investimento. Puntiamo a far andare i treni più veloci. Ma in Germania vanno più lenti dei nostri, però ce n’é uno ogni ora. Siamo ossessionati dalla velocità e loro dalla solidità. Quest’ultima, insieme con la disciplina, è quello che ci manca.

D. Manca anche la crescita economica. C’è, ma resta la più bassa in Europa.
R. Per noi la prima soluzione è permettere a chi produce ricchezza e lavoro di farlo in maniera più rapida ed efficiente possibile. Vanno in questa direzione le scelte di ridurre il carico fiscale sulle imprese, l’Irap, gli ammortamenti per chi investe nella propria impresa. La seconda questione sono gli investimenti.

D. Per quelli servono risorse. Ne parlerete al G7?
R. Noi faremo il G7 dei Trasporti a Cagliari, ma se ne parlerà anche a Taormina. La vera scelta oggi è capire che serve un piano di investimenti fuori da vincoli europei e concentrato su grandi infrastrutture e hub aeroportuali. Sarei felice che fosse fuori dai vincoli per bypassare lo stallo in cui siamo, ma bisogna credere nell’Europa.

D. Lei ci crede ancora?
R. Noi abbiamo litigato in Europa perché ci crediamo, per rafforzarla e non per indebolirla. L’austerità tedesca ha indebolito il progetto europeo, ma lo ha fatto anche quella che potremmo chiamare una certa allegria italiana. Ora serve una visione politica.

D. Ovvero?
R. Ad esempio, l’output gap (la differenza tra il prodotto interno lordo effettivo e quello potenziale, ndr) non può essere visto come un fatto religioso. È un calcolo fatto da un funzionario che decide qualche parametro. Ci sono modi più intelligenti di decidere.

D. E lei si aspetta che dopo il voto francese l’Europa deciderà in modo più intelligente?
R. La vera domanda è: questa Europa vuole diventare un’entità politica? Oppure Macron vuole portare a casa più spazio per il fantastico patto di consultazione franco-tedesco, che funziona benissimo?

D. A che cosa si riferisce?
R. A quando noi facciamo grandi accordi con i francesi e poi nell’ultima settimana scompare tutto e loro si mettono d’accordo con i tedeschi.

D. Quindi aver sentito suonare l’Inno alla Gioia nella notte del Louvre non le basta?
R. Per diventare un’entità politica dobbiamo decidere se vogliamo mettere insieme la Difesa, avere un ministro delle Finanze unico, fare politiche comuni contro la disoccupazione giovanile. Se questa è la scelta, allora è chiaro che avere leader europeisti apre più opportunità per costruire una nuova casa comune.

D. Intanto l’Europa punzecchia. Come nel caso Fiat-Chrysler, che ha pagato un prezzo salato in borsa questa settimana dopo l’annuncio di infrazione in Europa e voci su indagini anche negli Stati Uniti.
R. Quello che è successo e’ scorretto e si poteva evitare. A marzo avevamo avuto un confronto in camera di mediazione con la Germania che si era concluso con la soddisfazione di tutti. Quindi questa notizia è giunta inattesa e ora servono chiarimenti. Anche perché, se io mi fido delle certificazioni tedesche, loro devono fare altrettanto delle nostre.

D. Qual sarà la prossima mossa del governo italiano su questo fronte?
R. Ho contattato subito la Commissione Europea offrendo chiarimenti e seguendo la questione da vicino. Ricordo che qui stiamo parlando di un dispositivo legale che poteva funzionare meglio, non di uno illegale che non doveva essere montato sulle automobili, come nel caso della Volkswagen. Cerchiamo di non mettere insieme mele e pere. Vedo che gli stati dell’Unione Europea sono sempre pronti a difendere i propri interessi nazionali e anche noi italiani dobbiamo essere pronti a farlo.

D. È il caso di Alitalia. Continuerà a volare?
R. Alitalia ha bisogno di investimenti privati. Se ci sarà ancora domani, dipende oggi da questo. Il mercato c’è. Abbiamo celebrato in questi giorni il passaggio da 1,8 a 3 miliardi di euro di investimenti in infrastrutture aeroportuali. C’è una grande richiesta di mobilità e credo che ci siano persone interessate a questi spazi. Qualcuno li occuperà, qualunque sia il destino della compagnia aerea.

D. È vero che gli investitori cinesi che ha appena incontrato sono i più caldi in questo momento sul dossier Alitalia?
R. Sì. Sono appena rientrato dalla Cina e posso confermare che c’è forte attenzione per il caso Alitalia, oltre che per l’Italia in generale. D’altronde stiamo parlando di milioni di persone che escono dalla povertà e diventano classe media e il viaggio in Italia è una delle loro aspirazioni più diffuse.

D. In ogni caso l’Italia ha perso una bandiera e ha pagato un prezzo salato. Ma intanto ne pianta una nel mondo delle infrastrutture con Atlantia-Abertis.
R. L’operazione di Atlantia su Abertis mi fa un po’ sorridere, perché quando gli spagnoli comprarono un pezzo della Serenissima (l’autostrada Brescia-Padova, ndr) gli amministratori locali vennero a lamentarsi da me perché dovevo oppormi. Ora è l’intera Abertis che diventa italiana. È un’ottima notizia, perché ci servono proprio dei campioni nazionali in grado di competere con quelli stranieri, soprattutto francesi o tedeschi. Ben venga il capitale privato che investe.

D. Intanto dopo l’estate il governo dovrà fare la manovra. Quanto sarà dura?
R. Quella sulla manovra sarà una discussione difficile, non lo nego. Proprio perché dobbiamo riuscire a conciliare il rigore e lo stimolo alla crescita economica, che non dovrà mancare. È evidente che ci muoviamo all’interno di un margine stretto, ma ricordo che quella italiana non è un’economia malata. Abbiamo un grande debito pubblico, ma anche un forte avanzo primario e un debito privato molto basso rispetto alla media degli altri Paesi. Ecco perché con la prossima manovra dovremo stare attenti a non deprimere i consumi, per esempio con l’aumento dell’Iva. La strada è continuare a stimolare gli investimenti privati e pubblici, creando un clima di fiducia.

D. Ma è sicuro che la farete voi questa manovra?
R. Questo lo decide il Parlamento. Per quanto ci riguarda siamo intenzionati ad arrivare a fine legislatura. D’altronde attualmente siamo degli osservati speciali, e la stabilità è importante.

D. Vi sentite ballerini?
R. Il governo Gentiloni è in assoluta continuità con l’esecutivo precedente e per ora non c’è un problema di discontinuità.

D. Forse si voterà con il Rosatellum; le piace?
R. Diciamo a metà. Ricordiamoci che in Francia Emmanuel Macron al primo turno ha preso il 23% e ora governa il Paese. La governabilità è importante e bisogna dotarsi di sistemi elettorali in grado di assicurarla. Il sistema proporzionale garantisce un potere di interdizione enorme. Pensiamo a com’era questa Italia prima che fosse introdotto il sistema maggioritario. Non si decideva, si contrattava tra correnti di partito. In Italia abbiamo già un forte problema di attuazione delle leggi; quando il governo decide, non riusciamo a farle atterrare nella società in maniera concreta. Dobbiamo evitare anche questo rischio. La democrazia che non decide è una democrazia debole. E sono contento che il Partito Democratico abbia tenuto il punto sul sistema maggioritario.

D. A proposito di Partito Democratico, Renzi è tornato alla guida. Che cosa avete imparato dai vostri errori?
R. Sul referendum costituzionale dello scorso dicembre l’errore è stato evocare quella riforma come la medicina che avrebbe guarito tutti i mali del Paese. Non è così, anche se resto convinto che avrebbe reso l’Italia più semplice ed efficiente. Non sono pentito del merito ma di come abbiamo affrontato la campagna, mettendo il petto troppo in fuori, pensando che sarebbe bastato il nostro coraggio per vincere. Ma quando sei solo la battaglia è difficile anche per chi ha molto coraggio. Serve saggezza, oltre che coraggio, e forse ne useremo di più la prossima volta. Come dice Confucio, per diventare saggi si deve pensare e fare esperienza. Che è molto più doloroso.

D. Ma quella telefonata per Banca Etruria è stata un errore o la rifarebbe?
R. Ne farei altre mille pur di salvare un solo posto di lavoro. E non ho nulla da nascondere o difendere. Ho fatto lo stesso per le crisi dell’Ilva di Taranto o per quella dell’Alcoa.

D. Però Banca Etruria è una storia diversa. Sulle intercettazioni è bagarre quotidiana.
R. Sì, sul clima del Paese pesa una grande religione del sospetto. Qui un imprenditore deve dimostrare a priori di non essere un delinquente e un politico di non essere un ladro. Eppure sappiamo che il clima di fiducia è essenziale per fare impresa, per vendere un prodotto e anche per fare buona politica. Questo Paese ha bisogno di ricominciare dalla fiducia reciproca. Come diceva David Foster Wallace, la differenza è nello sguardo di chi guarda. Averne uno di fiducia può contribuire a salvare il Paese.

Ha collaborato Adolfo Valente.





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