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di Luciano Mondellini - Milano Finanza

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Dieselgate: assedio all’auto tedesca

31/07/2017 10:26

Bmw, Vw e Daimler macinano utili, ma in Germania c’è un clima ostile dopo gli scandali. Nell’anno elettorale Merkel sembra prendere le distanze. In settimana il redde rationem tra le parti

Per capire l’importanza del settore auto in Germania e le sue implicazioni sulla politica tedesca (e quindi europea) basta guardare le tabelle contenute nell’ultimo Annuario R&S Mediobanca pubblicato in settimana. Dove emerge che l’intero podio tra i maggiori gruppi quotati in Germania è occupato da case auto: Volkswagen, Daimler e Bmw (si osservi tabella in pagina). E se si considera che Psa e Renault sono i primi due maggiori gruppi francesi per fatturato e Fca Italy è quello più grande in Italia, si può capire bene l’importanza che riveste il vertice che si terrà in Germania il 2 agosto, nel corso del quale costruttori e autorità tedesche discuteranno soluzioni per ridurre le emissioni dei motori diesel.

Per la prima volta in decenni, infatti, il settore auto tedesco sembra finito sotto processo in casa sua. Se lo scandalo dieselgate nel settembre 2015 era stato scoperchiato dalle autorità statunitensi, questa volta sono le procure tedesche a investigare su una ipotesi di cartello tra le case produttrici - nello specifico Bmw, Daimler, Volkswagen, Audi e Porsche (questi ultimi tre brand del colosso Volkswagen) a cui si è aggiunta anche Bosch - per normalizzare il settore diesel a loro piacimento (dai prezzi dei carburanti sino alle possibili multe sulle emissioni). Così come dalle procure della Repubblica Federale è partita l’inchiesta che ha portato alla perquisizione di 11 stabilimenti di Daimler in tutto il Paese.

L’accerchiamento al settore auto non è solo giudiziario ma anche amministrativo. La municipalità di Stoccarda sta per vietare la circolazione urbana ai veicoli diesel e molte altre amministrazioni locali in Germania stanno seguendo attentamente l’esempio della capitale del Baden Wuerttemberg che, tra l’altro, è anche un simbolo dell’auto mondiale essendo la patria della Porsche e della Daimler, nonché la città dove è diventato un grande imprenditore Ferdinand Porsche (il fondatore della marca omonima e della Volkswagen).

In questo quadro non sorprende che per una volta Angela Merkel non si sia schierata apertamente con il settore auto che, come si è visto, non solo produce una gran parte del fatturato della corporate Germania ma, essendo uno dei comparti con il maggior numero di addetti, rappresenta per un politico anche un enorme bacino di elettori. In una nazione che a settembre sceglierà il nuovo cancelliere, la Merkel si sta ponendo in una posizione di arbitro sopra le parti in un Paese che in alcune suo componenti sembra voler rompere con le pratiche (magari poco chiare) del motore a combustione ma che d’altro lato trae dal settore auto molta della sua ricchezza e del suo potere anche in chiave geopolitica.

Paradossalmente, poco importa che tutte e tre le grandi case tedesche da un punto di vista bilancistico stiano molto bene (Volkswagen ha registrato nel semestre ricavi a 116 miliardi e ha alzato target per il 2017, Bmw ha chiuso il 2016 con utili in crescita e Daimler ha aumentato il risultato netto del 15% nel secondo trimestre).

Il 2 agosto a Berlino si inizierà a ridiscutere di un modello (fondato fondamentalmente sulla tecnologia diesel per il settore premium) che in questi anni ha arricchito a dismisura i bilanci delle tre grandi case auto tedesche. Facendo le fortuna del numero uno di Bmw, Norbert Reithofer, del presidente di Daimler, Dieter Zetsche, e dell’intero management Volskwagen ora guidato da Matthias Mueller.

La cosa interessante è che a questo appuntamento i protagonisti sembrano arrivare in ordine sparso, in una sorta di tutti contro tutti poco teutonico. In particolare, in settimana a respingere l’accusa di intese segrete e collusione con le case automobilistiche rivali è stata Bmw. La casa bavarese ha dichiarato che «a differenza dei concorrenti, si è impegnata di più per garantire il rispetto dei requisiti previsti per i motori diesel, spiegando che utilizza il fluido AdBlue per neutralizzare gli inquinanti e un sistema che memorizza le emissioni di ossido» di azoto. Per questo, Monaco ha detto di non ritenere necessario richiamare o aggiornare i suoi ultimi veicoli diesel, mentre offre un aggiornamento volontario sui vecchi modelli Euro 5. «Siamo in competizione per fornire i migliori sistemi di trattamento dei gas di scarico», ha dichiarato Bmw in una nota sottolineando che «a differenza di altri produttori, i veicoli diesel Bmw utilizzano una combinazione di vari componenti per trattare le emissioni di scarico» e «soddisfano tutte le esigenze legali in materia di emissioni».

Insomma, una professione di innocenza che è suonata a molti come un atto di accusa alle case concorrenti. E in questi giorni negli Stati Uniti Oliver Schmidt, l’ex manager di Volkswagen arrestato dall’Fbi per il diselegate, ha ammesso la sua colpevolezza e la sentenza verrà annunciata il 4 agosto. E Daimler ha deciso di richiamare 3 milioni di auto per adeguare i motori diesel dopo che un’indagine della procura di Stoccarda aveva lasciato trasparire il sospetto che la casa automobilistica avesse manipolato due tipi di motori per superare i controlli sui livelli di inquinamento.

Sullo sfondo, poi, resta alta la tensione tra Berlino e Bruxelles. La settimana scorsa la commissaria all’industria, Elzbieta Bienkowska, ha definito un caso «inquietante» la vicenda della Daimler usando toni non certo diplomatici anche nei confronti della autorità tedesche. «Si parla di accuse da circa due anni, è inquietante vedere che le ultime contro Daimler ancora una volta non sono state rivelate dalle autorità di sorveglianza nazionale», ha indicato la commissaria. «Non si può andare avanti in questo modo». Insomma uno scontro senza mezzi termini tra le autorità Ue e quelle tedesche, ree secondo la Bienkowska di aver trascurato la potenziale falsificazione delle norme sulle emissioni. Mentre il numero uno di Fca Sergio Marchionne si è augurato che la Commissione Europea corregga tutto quello che può e andiamo avanti, «altrimenti non ne usciamo più», ha spiegato.





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