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di Andrea Brenta | ItaliaOggi

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Erdogan vuol farsi le sue armi

06/03/2018 09:30

Dopo il colpo di stato fallito del 2016, il presidente turco ha deciso di costruirsi la sua industria militare. Vuole entrare nella top 10 mondiale degli esportatori

È partita dal nulla, come impresa famigliare. Oggi Baykar Makina è diventata il principale fornitore di droni all'esercito turco, che utilizza i piccoli velivoli nel quadro delle sue operazioni nel Sudest del paese contro i ribelli del Pkk.Un'impresa famigliare in tutti i sensi. Il suo direttore tecnico, Selçuk Bayraktra, giovane ingegnere formatosi negli Stati Uniti, è figlio del fondatore dell'azienda.

Ma soprattutto è il marito di Sümeyye, figlia del presidente Recep Tayyip Erdogan.

Il successo di Baykar Makina lusinga le ambizioni di Erdogan, desideroso di veder emergere una «nuova Turchia», forte e sicura di sé e soprattutto meno dipendente dagli alleati occidentali.

La campagna militare avviata il 20 gennaio scorso ad Afrin, nel Nordest della Siria, contro le milizie curde delle Unità di protezione popolare, serve proprio da vetrina ai progressi dell'industria turca della difesa. All'indomani del lancio, i media sono stati invitati dal primo ministro Binali Yildirim, il quale ha vantato l'utilizzo per oltre il 75% di armi e munizioni prodotte localmente.

La Turchia produce carri di combattimento Altay, obici T-155 Firtina, lanciarazzi multipli T-122, veicoli blindati Kirpi, resistenti alle mine, velivoli da addestramento Hurkus, elicotteri da ricognizione Atak, frutto della partnership tra Turkish aerospace industry e l'italiana AgustaWestland (gruppo Leonardo). Con questa produzione la Turchia rifornisce una parte delle sue truppe ma assicura anche qualche sbocco all'export, in particolare in Asia e Medio Oriente.

In tema di industria della difesa, Erdogan mostra un'ambizione senza limiti. Il presidente turco ne è sicuro: entro il 2023 (anno del centenario della fondazione della Repubblica) Ankara entrerà nella Top 10 dei principali esportatori di armi. Per centrare l'obiettivo occorre che le esportazioni del settore raggiungano l'equivalente di 25 miliardi di dollari (20,5 miliardi di euro) l'anno.

Un traguardo che appare lontano come non mai, visto che i ricavi del settore si attestano a 1,7 miliardi di dollari. Certo, l'export del comparto è aumentato del 3,7% rispetto al 2016, secondo la Turkish Exporters Assembly, ma la strada per raggiungere il target è lunga, anche perché Ankara in materia di armamenti importa più di quanto non esporti.

Dal fallito golpe del 15 luglio 2016 Erdogan ha un'ossessione: rafforzare le capacità di difesa del suo paese. «Il successo è impossibile finché Havelsan, Aselsan e Tai (i fiori all'occhiello dell'industria della difesa turca, ndr) restano entità egemoniche e separate», ha detto il presidente lo scorso 31 gennaio, «dobbiamo portarle sotto la stessa bandiera».

Intanto Erdogan lo scorso dicembre ha preso il controllo del sottosegretariato all'industria della difesa che, con un budget di quasi 11 miliardi di dollari (circa 9 miliardi di euro), ha mano libera sui contratti di armamento. Il presidente turco si è anche assicurato la presidenza del comitato esecutivo dell'industria della difesa, che decide la grandi operazioni strategiche e di sicurezza del paese. E «regna» sulla Fondazione delle forze armate (Türk Silahl? Kuvvetleri Genelkurmay Vakfi) e sulle sue numerose holding.

L'uomo forte della Turchia ha dunque deciso che il paese non si rifornirà più militarmente all'estero. L'industria della difesa «autentica e nazionale» è pronta a decollare.





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