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di Davide Fumagalli | Milano Finanza

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Facebook abbatte tutti i social

21/03/2018 10:35

La crisi del più grande social network non risparmia Twitter (-10%) e Snapchat (-2,6%). Nel frattempo il Parlamento Europeo e la Camera dei Comuni convocano il ceo Zuckerberg per un’audizione. A Roma anche l’Agcom chiede spiegazioni

La tempesta su Facebook non accenna a placarsi. Anzi, i flutti hanno cominciato ad abbattersi anche sugli altri social network quotati a Wall Street. Ieri le vendite hanno travolto Twitter, che ha perso circa il 10%. Meglio è andata a Sanapchat, che ha limitato le perdite al 2,6%. Ma in questo caso c’è una spiegazione tecnica. Snapchat, a differenza di Facebook e Twitter, mantiene sui propri server soprattutto foto e video degli utenti, e per non più di 24 ore. Quindi è molto più al riparo dal rischio di un utilizzo improprio, leggi profilazione degli utenti, delle informazioni in esso depositate.

Intanto, dopo il 7% di lunedì, Facebook ieri ha infilato una altro scivolone. La società di Zuckerberg ha iniziato la seduta perdendo oltre il 2% per poi accentuare le perdite a circa il 2,6%. Anni di accuse alla gestione spregiudicata dei dati personali di milioni di utenti hanno trovato conferma nello scandalo di Cambridge Analytica, società di analisi e data mining che ha utilizzato illecitamente i dati personali di 50 milioni di utenti vendendoli al miglior offerente, partiti politici statunitensi, britannici e italiani compresi. Lo scandalo ha finalmente attirato l’attenzione sull’enorme potere che deriva dal possesso dei dati personali degli utenti e l’uso spregiudicato che ne viene fatto, scatenando anche le ire del mondo politico.

Anche dall’Italia arrivano richieste di chiarimento: per l’Agcom «tecniche di profilazione degli utenti e di comunicazione elettorale selettiva sembra siano state utilizzate nel 2012 anche su commissione di soggetti politici attivi in Italia». Per questo Agcom ha inviato a Facebook una richiesta d’informazioni sull’impiego di data analytics a fini di comunicazione politica da soggetti terzi.

A Londra e a Bruxelles la Camera dei Comuni e il Parlamento europeo hanno entrambi chiamato a riferire il ceo di Facebook, Mark Zuckerberg, sul presunto furto di dati usati nelle campagne elettorali. Al centro dell’audizione vi sarebbero le rivelazioni su un uso illegale dei dati relativi a 50 milioni di utenti di Facebook, di cui si sarebbe impossessata Cambridge Analytica per usarli nella campagna per le presidenziali Usa del 2016. Scandalo aggravato dall’assordante silenzio dello stesso Zuckerberg e del numero due della società, il dg Sheryl Sandberg, sempre più sulla graticola. A peggiorare le cose, la notizia che Alex Stamos, capo della sicurezza di Facebook, intenda dimettersi, anche se la cosa era nota.

Infatti Stamos ha spesso sostenuto che Facebook dovrebbe rivelare più dettagli sulle operazioni dei russi nella campagna per le presidenziali Usa del 2016, in contrasto con la linea più cauta del policy team del gruppo, guidato proprio da Sandberg.

Solo a settembre del 2017 i vertici di Facebook hanno ammesso che attori spalleggiati dalla Russia erano dietro i tentativi di manipolazione della piattaforma durante e dopo la tornata elettorale. A gennaio, Stamos è stato trasferito in squadre guidate da altri manager esecutivi, cosa che lo ha convinto a dimettersi. Stamos è a capo della sicurezza di Facebook dal gennaio 2015. Lui ha suonato il campanello d’allarme sull’attività dei russi un mese dopo le elezioni presidenziali, inviando una nota a Zuckerberg e altre figure di vertice. Per Facebook, le dimissioni di Stamos saranno un duro colpo, soprattutto in un frangente storico complicato come quello attuale, nonostante la nota diramata dallo stesso top manager. Secondo Reuters, che cita fonti di Facebook, le dimissioni di Stamos saranno effettive dal prossimo agosto.

«Difficile pensare a un senior executive con una reputazione migliore di Stamos in tema di sicurezza tecnologica», ha detto Thomas Rid, professore di studi strategici alla Johns Hopkins University. Il crollo di Facebook, su cui già gli investitori pubblicitari puntavano il dito per la piaga delle fake news, che il social media non ha mai combattuto seriamente, è legato al fatto che lo scandalo potrebbe essere solo il primo di una serie.

I dati personali di centinaia di milioni di utenti potrebbero essere stati raccolti illecitamente da aziende private che hanno sfruttato lo stesso meccanismo usato da Cambridge Analytica. Lo ha rivelato al Guardian Sandy Parakilas, 38 anni, ex responsabile del controllo violazione dati a di Facebook, sottolineando che nel suo periodo a Menlo Park, tra il 2011 e il 2012, ha espresso più volte dubbi ai superiori, che però ne avrebbero ignorato gli allarmi. «I miei timori erano dovuti al fatto che tutti i dati disponibili agli sviluppatori non potevano più essere controllati dalla stessa Facebook. Potevano farci quello che volevano». Come rivenderli.

Ciò è stato possibile perché, sostiene Parakilas, i termini di utilizzo del servizio «non venivano letti né capiti da nessuno» e ciò ha consentito il loro incontrollato utilizzo da parte degli sviluppatori. Non sono solo i dati dei singoli utenti, ma dell’intero social network. Facebook fino al 2015 consentiva ai gestori delle applicazioni di raccogliere dati dei singoli e dei loro amici. Quando ci si iscriveva a Facebook, le si dava il consenso di condividere alcuni dati anche con le applicazioni esterne che usavano Facebook Login (l’accesso diretto alle app tramite Facebook, come fanno Uber o Spotify), concedendo anche il diritto di raccogliere informazioni sui propri amici, senza avvisarli.

Questo spiega come ha fatto Cambridge Analytica a entrare in possesso di informazioni su 50 milioni di profili tramite Global Science Research che li aveva raccolti con un’app usata solo da 270 mila persone. Inquietante la risposta data da Parakilas alla domanda del Guardian sul controllo di Facebook su questi dati: «Assolutamente nessuno. Una volta che i dati lasciavano i server di Facebook non c’era alcuna contezza di quanto accadesse». Aggiungendo di essere sempre stato certo che «esisteva una sorta di mercato nero di quei dati», di sicuro passati nelle mani di sviluppatori esterni.





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