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di Nicola Carosielli - Milano Finanza

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Grandi chance sulla Via della Seta

01/12/2017 08:50

Ieri convegno nell’ambito del business forum sulle opportunità del progetto Bri. Perché il progetto si concretizzi nel migliore dei modi occorre una strategia comune, maggiore dialogo e migliori collegamenti infrastutturali tra Italia e Cina. Milano può giocare un ruolo chiave

Il progetto One belt one road (ora Bri, Belt road initiative) è a tutti gli effetti la faccia più evidente della globalizzazione. Un progetto che non sarebbe troppo azzardato definire quasi all’opposto del metodo americano, più incentrato sul protezionismo promosso da Donald Trump. Un pensiero in un certo senso sottolineato anche dal presidente della Bank of China, Chen Siqing, durante il convegno Belt and Road Initiative: Building a concrete roadmap for Italy and Chinas Joint Growth a Milano (nell’ambito delle attività promosse dal Business Forum Italia-Cina).

«La Cina si è sempre opposta al protezionismo», ha chiosato Siqing ricordando come il Paese sia «il maggior partner dell’Italia con oltre 11 miliardi di interscambio», convinto che «avremo una collaborazione sempre migliore tra Italia e Cina».

Ma per far sì che la nuova Via della Seta si concretizzi nel migliore dei modi, facendo emergere la reale opportunità che rappresenta per tutti, è necessario un progetto comune. Un messaggio espresso da tutti i banchieri e manager presenti al convegno ed evidenziato con vigore dal presidente della Bank of China che ha, non a caso, riassunto la ricetta del buon funzionamento in quattro punti: «Avere una strategia comune; promuovere il potenziamento industriale attraverso l’innovazione; rafforzare la complementarità dei punti di forza; rafforzare la cooperazione finanziaria e il sostegno alle imprese. Molti passi avanti sono stati fatti ma è necessario promuovere ancor di più il commercio, il dialogo e il collegamento infrastrutturale tra i due Paesi», ha proseguito Siqing ricordando inoltre come «dal 2014 fino al 2016 il volume d’affari tra la Cina e le realtà di One belt one road ha superato i 50 miliardi di dollari di investimento e il miliardo di guadagno fiscale».

E all’interno della cooperazione Italia-Cina, «Milano può giocare un grande ruolo nello sviluppo dei rapporti tra i due Paesi», ha Zhou Xiaoyan, general director Europe, ministry of Commerce of The People’s nel suo intervento. Le stesse imprese lombarde «vedono nella Cina una delle principali mete verso cui orientare nei prossimi cinque anni il proprio piano di crescita internazionale», ha detto Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda. «La Cina e l’Italia hanno una struttura economica che si compensa vicendevolmente.

L’import verso la Cina è aumentato del 22%: gli investimenti bilaterali sono in crescita. Le imprese italiane hanno investito 7 miliardi di dollari in Cina mentre quelle cinesi più di 11 miliardi in Italia», ha continuato Xiaoyan sottolineando che «la Cina vuole condividere la propria ricchezza con i Paesi della One Belt One Road». Una ricchezza che, secondo Marco Tronchetti Provera, ad di Pirelli, può vedere il Belpaese come motore europeo per l’interscambio con Pechino: «La Cina oggi non è più solo la fabbrica del mondo, come eravamo abituati a vederla; è diventata un luogo di consumi e c’è la volontà politica di consolidarla come luogo di consumi.

L’Italia può essere il motore in Europa per lo sviluppo e per l’interscambio con la Cina. La nostra crescita è legata all’esportazione e questa può essere l’opportunità per creare maggiore ricchezza tra i due Paesi con un’amicizia che si traduce nei fatti». Come? Secondo l’amministratore delegato di Cdp, Fabio Gallia, per esempio con il lancio del primo panda bond, «che darà la possibilità di raccogliere capitali direttamente in valuta locale. Questi capitali non possono uscire dal Paese ma possono essere utili a quelle imprese che necessitano di operare in valuta locale, ottimizzando il costo del denaro».

Ma One Belt One Road significa anche aumentare e integrare le infrastrutture esistenti e i sistemi di logistica. Non a caso il global manager di Kerry Logistic, Rio Lam ha sottolineato che l’opzione logistica data dalla ferrovia «non va intesa come un’opzione che deve andare a competere con le altre due tipiche (marittima e aerea) ma è una terza strada che può tornare bene per un determinato tipo di commodity e per determinate circostanze e momenti della supply chain del cliente oltre a considerare che questa soluzione ma vista non con i volumi di oggi ma rispetto a quelli che si muoveranno nei prossimi 5 o 10 anni». (riproduzione riservata)





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