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di Luisa Contri - ItaliaOggi

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I produttori italiani di formaggi spaventati da protezionismo Trump

05/04/2017 08:59

L'introduzione di dazi da parte di Washington rischia di rallentare in maniera importante l'export del settore agroalimentare del belpaese.

È sull'export che contano per crescere i produttori italiani di formaggi Dop, dai grandi ai piccoli. Non meraviglia quindi che una certa preoccupazione aleggi da quando s'è appreso che la Casa Bianca starebbe studiando l'introduzione di dazi, anche del 100%, su almeno 90 prodotti europei, in ritorsione del mancato rispetto da parte dell'Ue dell'accordo per l'importazione di 450 mila tons/anno di carni Usa d'animali allevati senza l'impiego d'ormoni.

I formaggi italiani, per il momento, non sembrano figurare nell'elenco dei prodotti, che, secondo il bailamme mediatico, sarebbero stati presi di mira dall'amministrazione Usa. Ma non si sa mai. Per quanto l'Italian food sia adorato dagli americani, dazi pesanti rischiano di rallentare l'export e di far sfumare il traguardo al 2020 dei 50 mld di euro d'export agroalimentare. Quanto possa pesare sul fatturato la chiusura improvvisa d'un mercato lo sa bene il gruppo caseario cremonese Auricchio (oltre 220 mln euro di fatturato di gruppo nel 2016, 130 dei quali generati dalla Gennaro Auricchio), che nel 2014 ha visto sfumare prima il mercato russo, in seguito alle sanzioni Ue. Chiusura che s'è tradotta in una perdita netta di vendite su base annua per 7 mln euro. E poi quello venezuelano, paese sprofondato in una crisi che non accenna a risolversi, che ha significato altri 4 mln euro d'export in meno.

Ben più grave potrebbe rivelarsi per Auricchio un ridimensionamento del mercato Usa, il secondo più importante per il gruppo, subito dietro quello italiano (che peraltro nel 2016 è tornato a crescere del 4,5-4,6%, dopo 3 anni di segno negativo). Dal 2015, infatti, il gruppo cremonese ha rilevato il suo ex distributore negli Usa, Ambriola, che l'anno scorso ha generato 58 mln di dollari di ricavi, grazie alla commercializzazione dell'ampia gamma di formaggi Dop italiani a marchio Auricchio (nel 2016 ne ha inviati negli Usa per 28-30 mln euro), ma anche di specialità tipiche italiane d'aziende terze, compresi i prosciutti di Parma della Tanzi. Su un possibile problema sul mercato Usa Alberto Auricchio, amministratore delegato del gruppo, preferisce non commentare. L'imprenditore cremonese guarda avanti. Il suo obiettivo per il 2017 è crescere del 5% in Italia e del 10% all'estero, consolidando le posizioni nei 60 paesi in cui è presente e che già generano oltre il 35% del fatturato, e aprire tre nuovi mercati esteri: Croazia, India e Iran. Meno esposti ai contraccolpi d'una politica neoprotezionistica del presidente Donald Trump sono Azienda Agricola Bertinelli (25 mln euro, per il 25% realizzati all'export) e Nuova Castelli (circa 500 mln euro, per l'80% sviluppati oltreconfine). In primo luogo perché gli Stati Uniti non sono per loro un mercato così importante. L'azienda presieduta da Nicola Bertinelli, imprenditore che con tutta probabilità sarà eletto presidente del Consorzio del Parmigiano-reggiano (si veda altro articolo in pagina), ha nell'Europa, seguita da Israele e Giappone i principali mercati di sbocco per i suoi prodotti di qualità top. E ha nel mirino l'espansione in Australia, Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea, Panama, Messico, Polonia e anche nei paesi a maggioranza islamica. I primi li ha conquistati/conquisterà col suo parmigiano-reggiano Dop certificato kosher (in produzione dall'ottobre del 2015). I secondi li vuole scalare col prodotto certificato halal, che metterà in commercio dal prossimo autunno.

L'obiettivo 2017 di Bertinelli è incrementare il fatturato del 10%, grazie a una crescita dell'export stimata nel 35%. Anche la reggiana Nuova Castelli, controllata dal fondo di private equity Charterhouse Capital Partners, ha nell'Europa il suo primo mercato: vi realizza il 70% dei ricavi. «Negli Usa», precisa Luigi Del Monaco, neoeletto amministratore delegato del gruppo, «sviluppiamo oggi 30 mln euro, ossia meno del 10% del nostro fatturato. Certo su questo mercato intendiamo crescere, come dimostra il fatto che da circa 18 mesi abbiamo acquisito la Empire State Cheese. Ma guardiamo con grande interesse anche verso l'Oceania e i paesi asiatici, la nostra nuova frontiera».





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