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di Andrea Settefonti | Italia Oggi

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I vini in Cina? Figli e figliastri

20/09/2017 10:09

Solo 14 i prodotti difesi dal patto Bruxelles-Pechino. La selezione? Non è in base ai ricavi. Nettari del Sud, Amarone e Chianti classico senza scudo Ue

C'è posto soltanto per 14 vini italiani, nell'accordo di protezione reciproca di 100 prodotti Ig tra Unione europea e Cina. E di questi vini, nessuno è del Sud. La prevalenza è piemontese con cinque vini: Asti, Barbaresco, Barolo, Brachetto d'Acqui, Dolcetto d'Alba. Poi segue la Toscana con quattro presenze: Brunello di Montalcino, Chianti, Toscano o Toscana, Vino Nobile di Montepulciano.

Quindi, il Veneto con tre: Bardolino Superiore, Conegliano Valdobbiadene Prosecco e Soave. Mentre ne hanno uno la Lombardia, Franciacorta, e l'Abruzzo, Montepulciano d'Abruzzo. E se la lista appare incompleta per il Centro Nord, mancano Chianti Classico e Amarone o i Lambruschi, tanto per citare qualche nome. Il Sud, invece, è stato completamente dimenticato. Niente tutela per la Doc Sicilia, o il Primitivo di Manduria, non c'è la Vernaccia sarda e non ci sono il calabrese Cirò e il campano Falanghina del Sannio. La scelta di cancellare la parte Meridionale dell'Italia del vino non ha una spiegazione.

Riccardo Ricci Curbastro, presidente di Federdoc, evidenzia come «non sempre le scelte avvengono per ragioni di natura economica, legate al fatturato. Ci possono essere fattori dovuti al brand, alla riconoscibilità del vino, all'immagine che questo ha sui mercati stranieri». In effetti, se si guardano i dati della produzione e del fatturato, è facile capire che quello economico non è stato il criterio di scelta. Il Bardolino Superiore, dati Ismea, ha una produzione di 2 mila bottiglie per una valore di 280 mila euro, contro, tanto per fare un confronto con uno degli esclusi, gli 8,5 milioni di euro di valore del Primitivo di Manduria. Oppure le 21 mila bottiglie di Brachetto d'Acqui, valore 3,6 milioni, non reggono il confronto contro le 180 mila del Sicilia e il suo valore di 16,5 milioni di euro. Sandro Boscaini, presidente di Federvini spera che la lista possa essere rivista e aggiornata, come previsto, tra due anni. «Come italiani vorremmo che ci fossero tutti, ma non possiamo pretendere che siano riconosciuti da paesi così lontani da noi. Casomai, andando avanti, riesaminando possiamo sperare che la Ue possa correggere anche situazioni di imbarazzo e faccia inserire altri nomi». Ma, anche se ancora siamo in fase di trattativa, questa è la scelta e per ora vale questa lista. «In ambito europeo le scelte non sono mercantili né seguono logiche del nostro modo di pensare.

Spesso ci sono ragioni storiche, come per il Brachetto e come la forte presenza del Piemonte. E poi ci sono prodotti che hanno una rinomanza mediatica come il Prosecco», continua Boscaini. «Va bene la grappa sia dentro in quanto è una denominazione tipicamente italiana, una specialità che deve essere protetta e difesa, anche se non rappresenta un territorio specifico». Per quanto riguarda la voce del Sud, Piero Mastroberardino, produttore campano commenta come «le liste in genere scaturiscono da valutazioni effettuate sulla base di dati statistici di export. Evidentemente le grandi denominazioni delle regioni del Nord occupano i primi posti dal punto di vista quantitativo, ma questo non credo sia un dato sorprendente. Può essere uno stimolo per migliorare le performance per il futuro e anche per una riflessione da parte di chi compone questi elenchi». E se in Italia c'è chi si lamenta per l'esclusione di alcune produzioni, all'estero la lamentela riguarda l'inclusione del Prosecco.

Secondo alcune indiscrezioni, sembra che Paesi terzi lavorino per far togliere le bollicine venete dalla lista dei vini protetti in modo da poter continuare a vendere in Cina il loro vino tarocco il cui nome ha lo stesso suono di quello italiano.





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