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di Simona D'Alessio - ItaliaOggi

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Il lato oscuro dello smart working

05/06/2017 10:01

Il 35% dei problemi di salute sono legati alla digitalizzazione. E' quanto emerge dal rapporto Anmil focus sui rischi psicosociali connessi all'utilizzo degli apparecchi elettronici

La linea di demarcazione fra la vita professionale e quella privata è oramai (sempre più) sottile: si lavora tanto. Anzi, troppo. Chini su un computer, o su uno smartphone senza guardare l'orologio, dilatando gli impegni ben oltre l'orario stabilito, mandando email a notte fonda, o all'alba, pronti a ogni sacrificio pur di rispettare una scadenza.

E l'elevata digitalizzazione porta con sé stati di stress costante (che possono anche sfociare nella depressione) responsabili, secondo un recente studio elaborato dal governo inglese, del «35% di tutti i problemi di salute legati al lavoro». È il «lato oscuro» dell'industria 4.0 e dello «smart working» (la possibilità per il dipendente di svolgere le sue mansioni mediante uno schema «agile», articolando, cioè, in maniera flessibile il proprio tempo, trascorso spesso lontano dall'azienda): sottovalutare i rischi psicosociali correlati al crescente utilizzo degli apparecchi tecnologici rappresenta «un serio problema», si legge, infatti, nel primo rapporto sulla salute e sicurezza sul lavoro realizzato dall'Anmil (Associazione nazionale degli invalidi sul lavoro) e presentato nei giorni scorsi, al Senato.

L'uso assiduo degli strumenti innovativi sta mutando le abitudini degli europei, «tanto da riscontrarne nel 2016 un aumento moltiplicato per sei volte dall'anno 2006»; attualmente il 55% degli occupati nel Vecchio continente è dotato di un computer portatile da cui raramente si separa nell'arco della giornata, quota che sale al 90% tra i manager e, in generale, fra coloro che hanno maggiori responsabilità.

Lo stress galoppa, quindi, quando si arriva a relegare in secondo piano la sfera personale, consacrandosi prevalentemente all'attività lavorativa. Ma, recita il dossier, la «colpa» di questa continua ansia non può essere addossata solamente alle innumerevoli chance di connessione ad internet in un mondo globalizzato e alla crescente elasticità spazio-temporale, favorita dal variegato supporto tecnologico disponibile nel XXI secolo, perché a giocare un ruolo sostanzioso nella propensione al «super-lavoro» è la «instabilità occupazionale» contemporanea, che genera insicurezza e preoccupazione; in aggiunta, ulteriori rischi psicosociali sono la diretta conseguenza di processi lavorativi «sempre meno inclusivi» per l'impiegato, in favore di «una sostituzione tecnologica predominante», pertanto, suggerisce l'Anmil, la sfida per frenare tali pericoli consiste nell'organizzare dinamiche di svolgimento degli incarichi che «incentrino la produzione su una collaborazione funzionale uomo-macchina, in modo che il lavoratore mantenga la responsabilità» sulle funzioni a lui affidate, grazie al sostegno degli strumenti tecnologici supplementari, che lo aiutino sì, ma senza prevaricarlo.

Nel contempo, il legislatore ha previsto che anche per il datore di lavoro che ricorre allo «smart working» non debbano venir meno le garanzie sulla salute e la sicurezza degli addetti: nel cosiddetto «Jobs act del lavoro autonomo», licenziato definitivamente dal Parlamento all'inizio di maggio, infatti, si dispone che si debba consegnare all'occupato «agile» e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, «con cadenza almeno annuale, un'informativa scritta nella quale devono essere individuati i rischi generali e quelli specifici connessi alla particolare modalità di esecuzione» delle incombenze. Dal canto suo, il dipendente è tenuto a cooperare all'attuazione delle misure di prevenzione programmate dal titolare dell'azienda per fronteggiare i pericoli legati all'esecuzione della prestazione all'esterno dei locali aziendali; inoltre, la disciplina riconosce al personale anche il diritto alla tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali.

A poter mettere a repentaglio il benessere degli occupati, infine, si spiega nel documento, sono pure i nanomateriali, ossia le «sostanze chimiche, o materiali fabbricati e utilizzati su scala molto piccola» presenti in un gran numero di prodotti in commercio come batterie, rivestimenti, indumenti, cosmetici e alimenti.





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