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di Carlo Valentini - ItaliaOggi

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Il made in Italy killerato da Trump

05/06/2017 10:10

Preoccupazioni non solo per la scelta della Casa Bianca sul clima. L'autarchia Usa mette a rischio l'export italiano. La società di ricerca Prometeia stima un danno all'economia di 800 milioni di euro

Angela Merkel è stata l'unica leader europea ad avere visto giusto nel G7. Mentre gli altri ingoiavano più o meno elegantemente il rospo, lei ha additato Donald Trump come un pericolo. In tanti hanno semplificato nel giudicarla: s'è inalberata perché il presidente americano l'ha sgridata per il surplus economico (ed è, del resto, lo stesso rimbrotto che a mezza voce le fanno i partner europei).

In realtà quell'affermazione di Trump andava (e va) inquadrata nella strategia dell'America First, una sorta di autarchia che rimanda a una certa propaganda che gli italiani hanno vissuto nel Ventennio. Il presidente lo ha chiaramente ribadito nel discorso in cui ha annunciato l'abbandono del trattato sul clima: gli americani debbono consumare quello che si produce negli States.

Una strategia che a medio termine sembra perdente, basti ricordare il ritorno economico che gli Usa ebbero col piano Marshall.

Se gli americani si fossero isolati non ci sarebbe stato quel mezzo secolo di sviluppo di cui anche loro hanno goduto. Ma noi abbiamo a che fare (anche) col breve termine e quindi sarà bene non sottovalutare il grido d'allarme che proviene dalla Merkel. Una drastica riduzione dell'interscambio commerciale tra l'Europa e gli Usa avrebbe effetti assai dannosi e sarebbe una magra soddisfazione se si arrivasse a riconoscere l'errore tra una montagna di cocci.

L'allerta deve suonare perché un Paese fortemente esportatore come l'Italia rischia grosso dalla chiusura delle frontiere.

Prometeia, la società di ricerche econometriche fondata da Beniamino Andreatta, ha realizzato uno studio su questo interscambio e gli ha dato un titolo significativo: «Stati Uniti, un mercato che vale un continente per le imprese italiane», aggiungendo che «Gli Stati Uniti sono il principale mercato attuale e prospettico per il made in Italy di qualità».

Dice Claudio Colacurcio, che ha coordinato la ricerca: «Le eccellenze italiane dell'alimentare, della moda e del design trovano nel mercato americano il più grande bacino di domanda (9,8 miliardi di export). Con 37mila euro di reddito disponibile per consumatore è il mercato col maggiore potere d'acquisto e con la maggiore fascia (220 milioni) di quel ceto medio più propenso a questo tipo di prodotti».

L'US Census Bureau ha preso in considerazione tutti i prodotti italiani, non solo quelli di alta gamma, e ha certificato una crescita in valore dal 2010 al 2016 del 59%, meglio della Germania che si ferma al 39%. Un'accelerata che avvicina il surplus bilaterale dell'Italia sul pil (1,5%) a quello tedesco (1,8%). Gli Stati Uniti sono ormai il secondo mercato estero per l'industria italiana, dopo la Germania. E questo surplus (45 miliardi d'export, 16 d'import) sta facendo sobbalzare Trump.

La crisi del mercato interno ed europeo ha indotto le imprese a spingere sull'export verso gli Usa e dal 2011 a oggi la quota è salita soprattutto nell'alimentare, nell'abbigliamento, nelle calzature, nell'occhialeria, nell'arredamento e nell'oreficeria. Aggiunge Colacurcio: «A New York e nel New Jersey la quota di export italiano supera la doppia cifra ma è su livelli significativi anche in Florida (9%) e Massachusetts (7%). Attorno al 4% si collocano Illinois (lo Stato di Chicago), Delaware, Maryland, e Virginia. Vi sono però casi di potenziale non sfruttato come nel Texas (che ha un Pil uguale a quello del Brasile) in cui la quota italiana è al di sotto del 3%».

Numeri che giustificano le preoccupazioni per il futuro dell'export verso gli Stati Uniti trumpiani. I primi a rimetterci potrebbero essere, secondo le indiscrezioni che filtrano dallo staff presidenziale, i prodotti agroalimentari. Il made in Italy dei campi vale, negli Usa, 3,8 miliardi, +6% nel 2016 sull'anno precedente. Si tratta del 10% del totale delle esportazioni agroalimentari italiane nel mondo (38,4 miliardi). Al primo posto si trova il vino con 1,35 miliardi seguono olio (499 milioni), formaggi (289 milioni) e pasta (271 milioni).

Dice il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo: «Questi prodotti vanno difesi dai rischi legati a una possibile stretta sulle importazioni, ma non è possibile evitarle accettando compromessi al ribasso su qualità e sicurezza alimentare. Unione Europea e Italia non possono rinunciare agli elevati standard raggiunti nell'agroalimentare, al contrario bisogna innalzare il livello di sicurezza dei prodotti sia in Europa che in Usa dove cresce la domanda di alimenti legati al territorio».

Secondo una simulazione di Prometeia l'introduzione di dazi negli Stati Uniti con tariffe doganali ai livelli degli anni '90 danneggerebbe le imprese italiane per almeno 800 milioni di euro. C'è da aggiungere che l'Italia non può che rifugiarsi in una (sperata) risposta europea poiché non ha il peso economico per imporre dazi sui prodotti americani importati: si tratta in larga parte di farmaci, mezzi di trasporto e prodotti petroliferi, su cui è impensabile porre ulteriori tasse.

Le sanzioni internazionali alla Russia e la Brexit sono stati elementi di freno all'uscita dalla crisi. Adesso che gli indici economici sembrano migliorare, ci si mette di mezzo il neo-presidente americano.

Dice Cristina Rossi, ricercatrice di Prometeia: «A nove anni dalla grande crisi il manifatturiero italiano ha cambiato pelle. La metamorfosi di questi anni, virtuosa sotto molti aspetti, ha restituito un tessuto produttivo «rimpicciolito» con un calo del 13% del numero di imprese in attività tra il 2007 e il 2016 ma con le carte in regola per cogliere le opportunità e affrontare le sfide che il futuro riserva».

Trump permettendo.





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