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di Pier Virgilio Dastoli - Movimento Europeo

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Il referendum catalano è una questione interna europea

05/10/2017 17:22

Le istituzioni Ue si sono limitate a dire che quel che è avvenuto il 1 ottobre in Catalogna è una questione interna spagnola, ma per il presidente del Movimento europeo, Pier Virgilio Dastoli, non lo è affatto.

Quel che è avvenuto in Catalogna il 1° ottobre e nei giorni precedenti è una sconfitta del dialogo e della democrazia in Spagna ma anche di tutta l’Unione europea le cui istituzioni sono state a guardare limitandosi a dire: “è una questione interna spagnola” e sono state scandalosamente assenti dalla manifestazione organizzata dopo l’attentato di Barcellona del 17 agosto 2017.

Si sarebbe dovuto affermare con molta forza che il diritto internazionale riconosce il principio di autonomia dei popoli, non inteso come diritto alla secessione, ma come diritto a potersi realizzare politicamente e a partecipare su un piano di eguaglianza alla vita democratica delle istituzioni del proprio paese. D’altra parte il processo di integrazione europea è nato e si è sviluppato per sconfiggere ogni forma di nazionalismo a tutti i livelli e il federalismo europeo si è posto come obiettivo di unire e non di dividere. Si sarebbe dovuto gridare alla violazione dello Stato di diritto (spagnolo) non solo di fronte alla convocazione di un referendum non previsto dalla Costituzione spagnola ma rispetto alla violazione dello Stato di diritto (europeo) da parte delle autorità centrali spagnole (governo, Tribunale Costituzionale, Magistratura, Polizia e Guardia Civile) in particolare per quanto riguarda i diritti alla libertà (art. 6), alla protezione dei dati a carattere personale (art. 8), alla libertà di pensiero (art.10), alla libertà di espressione e informazione (art. 11), alla libertà di associazione e riunione (art. 12), all’uguaglianza e alla non-discriminazione (art. 20 e 21), alla diversità culturale (art. 22), al diritto ad una buona amministrazione (art. 41) e al diritto a tribunali imparziali, parti integranti della Carta dei diritti dell’Unione europea.

Qualcuno nelle “carreteres” di Barcellona ha invocato l’art. 7 del Trattato di Lisbona che consente di constatare una violazione dei valori dell’Unione da parte di uno Stato membro. L’articolo – ispirato al progetto Spinelli del 1984 – non è mai stato applicato nonostante le tendenze illiberali in Polonia e Ungheria perché richiede l’unanimità del Consiglio europeo contrariamente al progetto Spinelli che affidava la constatazione ai giudici della Corte UE di Lussemburgo. Per superare l’ostacolo insormontabile dell’art. 7 c’è chi (il Movimento Europeo in Italia, la fondazione Geremek in Polonia, la Open Society) pensa ad una iniziativa dei cittadini europei per dotare l’Unione di uno strumento giuridico più efficace a difesa dello Stato di diritto.

Nel frattempo e di fronte al silenzio del Consiglio e alla apparente “neutralità” della Commissione, sarebbe urgente e necessario che il Parlamento europeo - a richiesta di un quarto dei membri che lo compongono (186) – costituisca una commissione di inchiesta che sia anche un luogo di confronto e di dialogo fra tutte le parti in causa e che le forze politiche europee democratiche si rivolgano alle loro rispettive famiglie politiche in Spagna e in Catalogna chiedendo che si riparta dallo Statuto di autonomia del 2006 per avviare un processo definito nel tempo di una Spagna organizzata secondo un modello federale o transitoriamente applicando il metodo adottato in Italia con l’Alto Adige in base all’accordo De Gasperi-Gruber.

Appare evidente che per garantire lo sviluppo di un modello spagnolo di democrazia partecipativa e di prossimità sia indispensabile un governo di unità della Spagna e delle autonomie regionali che associ i movimenti “nazionalisti” disponibili al dialogo coinvolgendo le comunità locali a cominciare dalla sindaca di Barcellona Ana Colau. E’altresì necessario e urgente che il governo di Barcellona sospenda la decisione sull’indipendenza della Catalogna e che contemporaneamente il governo spagnolo ritiri la polizia e la Guardia Civile dalla Catalogna e che venga sospesa qualunque attività giudiziaria legata alla organizzazione del referendum del 1° ottobre. Durante la dittatura franchista la lingua e la cultura catalane erano considerate non più che un “patois” e cioè un dialetto locale che doveva essere soppresso insieme all’autonomia della regione.

In Catalogna si è sviluppato durante il franchismo un movimento nello stesso tempo antifascista e federalista molto vicino alle idee di un’Europa libera, unita e democratica che fanno parte del pensiero e dell’azione lanciata da Spinelli con il Manifesto di Ventotene. Durante la transizione democratica dal franchismo alla Costituzione del 1978 i principi dell’autonomia non furono considerati prioritari dalle forze politiche e lo Statuto delle autonomie approvato nel 1979 privilegiò un approccio centralista pur recuperando la lingua catalana e stabilendo la corresponsabilità fiscale fra Stato spagnolo e Comunità autonome. Nel 2006, il Parlamento catalano approvò un aggiornamento dello Statuto che aveva l’obiettivo di rafforzare le competenze della Comunità autonoma nel quadro di una riforma dello Stato centrale che sarebbe dovuto evolvere verso un sistema federale come è avvenuto in vari Stati europei a cominciare dalla Germania, l’Austria e il Belgio.

A quello Statuto si è opposto il Partito Popolare di Aznar con una campagna che è culminata nella decisione del 2010 del Tribunale costituzionale (lo stesso tribunale che ha dichiarato illegittimo il referendum del 1° ottobre) di annullare la modifica dello Statuto svuotandolo negli aspetti più innovativi mentre tali aspetti sono stati concessi ad altre comunità autonome in Spagna. Dal 2012 ad oggi, il governo Rajoy ha inoltre introdotte leggi centralizzatrici che hanno ulteriormente indebolito lo Statuto delle autonomie. Una buona parte dei catalani si è sentita tradita da questa decisione e il “catalanismo” autonomista e federalista è stato progressivamente egemonizzato da movimenti indipendentisti che alle elezioni regionali del 2015 hanno ottenuto il consenso della “quasi” maggioranza dei catalani (passando in cinque anni dal 15 al 47.7%) ma la maggioranza del Parlamento con un governo che unisce su posizioni di oltranzismo nazionalista forze politiche di sinistra radicale e destra conservatrice.

La rottura del dialogo con Madrid e la scelta di forzare la mano non solo allo Stato spagnolo ma anche agli abitanti della Catalogna è il frutto di un complesso di ragioni che vanno da scelte economiche e finanziarie indipendentiste - molto simili alle rivendicazioni di movimenti come le Lega in Italia o il Vlaams Blok in Belgio o frange della CSU in Baviera – ad una crescente avversione contro il governo di Rajoy e contro le altre forze politiche spagnole che non sono state capaci di creare un’alternativa a questo governo. Proprio per questa ragione solo un governo di unità della Spagna e delle autonomie può garantire l’avvio di un dialogo in Spagna e in Europa.





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