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di Domenico Cacopardo - ItaliaOggi

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Immigrazione: ora serve un vero blocco navale

30/06/2017 09:02

Bisogna partire dalle coste libiche, ma per realizzarlo ci vuole il sostegno della Ue e dell'Onu. Il divieto di attracco delle navi straniere è un acconto

Ciò che filtra dai corridoi di Palazzo Chigi sul picco di immigrazione di questi giorni prefigura una decisione di difficile adozione e di ancora più difficile attuazione: impedire alle navi non battenti bandiera italiana di entrare nei nostri porti (e, quindi, di dirigersi in quelli francesi e spagnoli, o di nazioni minori). L'Italia ha lasciato che la piaga incancrenisse e che le navi di vere o presunte organizzazioni umanitarie crescessero in modo esponenziale di numero, intensificando le loro relazioni coi trafficanti di povera gente.

Talché il soccorso in mare s'è trasformato in raccolta della gente in prossimità delle coste libiche.Come api richiamate da una improvvisa fioritura, così i natanti di mezzo mondo accorrono sulle coste del disgraziato (per l'anarchia sostanziale che l'ha colpito) paese africano, stimolando, essi stessi, il traffico e agevolando concretamente gli affari sporchi di questi luridi criminali che speculano sui disgraziati che vogliono arrivare in Europa. Gli ultimi dati parlano di oltre 6 mila arrivi al giorno, un numero inaccettabile sotto ogni profilo che travolge ogni politica, ogni tentativo di disciplina, ogni necessità d'ordine.

Alle volte mi sembra di scrivere per gente che non sa leggere e di parlare con i sordi: lo si capiva da tempo che, se non si costruisce una diga saremo sommersi. Anzi, se non si interviene in modo deciso il flusso è destinato a crescere. E occorre muoversi nei paesi di partenza spiegando e facendo spiegare che è finita che è inutile mettersi in viaggio e che si rimarrà a marcire nei campi libici. La mia casa, il mio paese non possono essere trasformati in un sterminato deposito di gente affamata, dalla situazione sanitaria imprecisata, dalle prospettive uguali a zero, salvo quella di mettere sottosopra i territori in cui sbarcano e in cui si disperdono come le cavallette della biblica piaga.

Ora, credete possibile attuare questa sorta di blocco navale al contrario, chiudendo, con mezzi militari, l'accesso ai nostri punti di attracco? Ci vorrebbe una nazione coesa, una nazione nella quale maggioranza e opposizioni dialogano sull'interesse collettivo, un senso di responsabilità che dovrebbe coinvolgere un comico affarista, la miriade di nemici di Renzi, e tutto il buonismo italiota, quello che, dietro le esigenze umanitarie, lucra fior di milioni e specula sui migranti (sui finanziamenti, cioè, che lo Stato mette a disposizione: di essi solo una modesta percentuale viene spesa effettivamente in vitto e in soldo quotidiano, il resto finisce in mani rapaci, altrettanto rapaci di quelle dei trafficanti).

Questo il dubbio sostanziale sull'idea del governo. È difficile immaginare soluzioni, anche se (e lo scriviamo da due anni) l'unica realmente efficace è il blocco navale delle coste libiche che impedisce alle imbarcazioni di abbandonarle per il mare aperto. Una misura che non può essere assunta dall'Italia, ma soltanto dall'Europa in un contesto concordato con le Nazioni Unite.

Ma il tempo stringe e la piena minaccia di travolgere ciò che resta di una disorganizzazione endemica, che è quella normale del Paese, si tratti di terremoti, di invasione di gente africana, di urbanistica o di controllo del territorio. Questa fase è l'ultimo giro disponibile per le autorità politiche di una nazione europea di primo piano. Lo sa Minniti, lo sa Gentiloni. Di Alfano è meglio non parlare.

Non ci sono più tempi supplementari da giocare.





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