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di Eden Uboldi - ItaliaOggi

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Indagini facili in tutta Europa

19/06/2017 09:47

Approvato ieri dal consiglio dei ministri il decreto legislativo sull'ordine di indagine. Spazio a trasmissioni dirette tra le autorità giudiziarie

Sarà più facile per uno Stato svolgere indagini a livello europeo. La richiesta di prove localizzate in un altro Paese avverrà tramite la trasmissione diretta tra le autorità giudiziarie interessate, senza passare per le autorità centrali, semplificando la collaborazione e il coordinamento degli organi di investigazione per il contrasto alla criminalità transnazionale, con un occhio di riguardo alla lotta ad alcuni reati.

Lo prevede il decreto legislativo, proposto dal ministro di giustizia, Andrea Orlando, e contenente le norme di attuazione della direttiva 2014/41/Ue relativa all'ordine europeo di indagine penale (si veda ItaliOggi del 18 marzo 2017), approvato ieri in via definitiva dal consiglio dei ministri.

Con il termine «ordine di indagine» si intende, come stabilisce l'art. 2, il provvedimento emesso per compiere indagini su persone e cose che si trovano in altro paese. Al procuratore della repubblica del capoluogo del distretto dove devono essere compiuti gli atti necessari per acquisire gli elementi di prova il decreto affida il compito di riconoscere l'ordine di indagine, entro 30 giorni o altra data ma sempre entro il termine di 60 giorni dalla ricezione, ed eseguirlo.

Quando si tratta di investigare in merito ai delitti elencati all'art. 51, commi 3-bis e 3-quater del c.p.c. (reati correlati alla criminalità organizzata di stampo mafioso e a reati di grave allarme sociale, come ad esempio, la tratta di persone) il procuratore della repubblica rende noto l'ordine di indagine al procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo. Invece, la segreteria del pm comunica al difensore dell'indagato il decreto di riconoscimento. Interviene la figura del giudice nel caso sia l'autorità di uno stato europeo a richiederlo o sia la legge italiana ad affidargli il compimento dell'atto richiesto.

Quando l'ordine di indagine comporta ingiustificati misure limitative della libertà dell'imputato, tenendo comunque conto della gravità dei reati, viene violato il principio di proporzione, dettato dall'art. 7, e quindi, come stabilisce l'art. 9, comma 2, si va ad attivare, con il consenso dello stato richiedente, altri atti, meno lesivi ma ugualmente idonei allo scopo.

Anche nel caso in cui si richieda lo svolgimento di atti non contemplati nella normativa nazionale, la legge dispone l'operatività di altri atti, diversi ma capaci di raggiungere le finalità perseguite. Ma vi sono, all'art. 9, comma 5, alcuni tipi di prove che devono essere resi disponibili senza alcun controllo di proporzionalità. L'art. 10, comma 1, specifica i casi di rifiuto di un ordine di indagine: i) la sua incompletezza, la presenza di informazioni manifestamente erronee o non coincidenti con il tipo di atto richiesta; 2) l'indagato gode di una immunità che inibisce l'azione penale; 3) nel caso comporti rischi per la sicurezza nazionale; 4) idoneità a violare il principio ne bis in idem (regolato dall'art. 649 cpp); 5) la sua esecuzione appaia incompatibile con gli obblighi sanciti dall'articolo 6 del Trattato dell'Unione europea e dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea; 6) qualora il reato per il quale è stato emesso non è contemplato in Italia.

Su quest'ultimo punto, è individuata una eccezione: la diversità nella legislazione in ambito tributario, valutario o doganale non può costituire motivo di rifiuto dell'esecuzione dell'atto. Vi è anche una deroga alla doppia incriminazione per certe categorie di delitti, elencate all'art. 11, se l'atto incriminato è punito nello stato richiedente dell'ordine con una misura di sicurezza detentiva o con pena nel massimo non inferiore di tre anni. Contro il decreto di riconoscimento spazio alle impugnazioni a tutela dell'indagato.





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