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di Francesco Barresi - ItaliaOggi

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Italy non vuol dire italiano

24/08/2017 09:21

Una sentenza della Cassazione condanna un importatore di magliette fatte in Cina. La dicitura su prodotti fatti all'estero è un segno mendace

La parola «Italy» nelle etichette dei capi non garantisce l'autenticità di un prodotto italiano.

Lo spiega la Corte di cassazione, nella sentenza 38931/2017; i giudici del Palazzaccio hanno rigettato il ricorso di un uomo condannato nel 2014 per il reato di vendita di prodotti industriali con segni mendaci, perché colto nell'aeroporto di Malpensa con 336 magliette importate dalla Cina, recanti dubbie etichette tricolori con solo il link di un sito ".com" accompagnato solo dalla dicitura «Italy».

L'uomo si è difeso spiegando che in realtà la parola «Italy» comunicava la qualità del prodotto italiano e non certo la provenienza, citando la sentenza 24043/2006 che spiega come con «origine o provenienza del prodotto il legislatore ha inteso fare riferimento alla provenienza del prodotto da un determinato produttore e non da un determinato luogo». E anche la sentenza 2500/1999 che recita: «Anche una indicazione errata o imprecisa relativa al luogo di produzione non può costituire motivo di inganno».

Ma i giudici dell'alta Corte non hanno accolto le motivazioni dell'uomo, caratterizzate da «motivi di gravame manifestamente infondati e che determinano l'inammissibilità del ricorso», spiegando nel dispositivo la loro decisione per «meglio comprendere le deduzioni difensive e la decisione del Collegio». E richiamando, così, la normativa vigente, specificata dal comma 49 dell'articolo 4 della legge Finanziaria 2004 e dal decreto legge n. 135 del 2009, in cui «costituisce falsa indicazione la stampigliatura “made in Italy” su prodotti e merci non originari dall'Italia ai sensi della normativa Europea sull'origine; costituisce fallace indicazione, anche qualora sia indicata l'origine e la provenienza estera dei prodotti o delle merci», proseguono i giudici, «l'uso di segni, figure, o quant'altro possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana incluso l'uso fallace o fuorviante di marchi aziendali ai sensi della disciplina sulle pratiche commerciali ingannevole».

I porporati di piazza Cavour proseguono nella loro dissertazione, aggiungendo che lo stesso principio vale anche «per i prodotti non interamente disegnati, progettati, lavorati e confezionati in Italia, che risultino indebitamente contrassegnati con un'etichetta del tipo «100% made in Italy», «100% Italia», «tutto italiano» o «full made in Italy».

Ed anche solo la parola «Italy», accompagnata da un link ".com", risulta fuorviante e «non può essere oggetto di sindacato quanto alla decettività dell'etichetta apposta sulle magliette, avendo ritenuto che tale etichetta», spiegano gli ermellini, «lasciava intendere che la produzione dei capi fosse avvenuta in Italia, non potendo diversamente interpretarsi la parola “Italy”, atta a trarre in inganno anche un consumatore esperto e, comunque», concludono i porporati, «un consumatore di media diligenza che poteva avere un legittimo interesse ad acquistare un prodotto che fosse stato anche materialmente lavorato in Italia».





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