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di Luigi Chiarello - ItaliaOggi

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L'Italia può proibire il glifosate

25/10/2017 10:44

Andriukaitis: se Martina volesse potrebbe già fermarne l'uso. Il commissario europeo alla Salute discute con ItaliaOggi dei dossier più scottanti sui pesticidi

«Se il ministro Martina volesse, potrebbe già bloccare l'uso di glifosate in Italia. Ogni paese può farlo»: il commissario europeo per la salute, il lituano Vytenis Andriukaitis, sbotta di fronte di fronte alla battaglia ingaggiata dal ministro alle politiche agricole italiano, che chiede di «rinazionalizzare» la competenza sul principio attivo dell'erbicida più usato al mondo. E sui perturbatori endocrini, potenziale pericolo per la salute umana, avverte: «servono regole certe». ItaliaOggi ha avuto modo di discutere con Andriukaitis, a margine del forum Coldiretti di Cernobbio. E il commissario non si è risparmiato, affrontando i temi più delicati.

Domanda. Lo scandalo uova al Fipronil (un insetticida antiparassitario) ha scosso il settore. Il sistema di tracciabilità ha fatto acqua, perché, in un primo momento non erano state segnalate partite di uova sospette in Italia.

Risposta. Abbiamo proposto una revisione della regolamentazione, basata su quattro punti: migliore integrazione tra i sistemi di allerta rapida e antifrode; uno studio con analisi di laboratorio per armonizzare le difformità normative e tecniche tra singoli paesi; la possibilità di consultare rapidamente l'Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) in caso di dubbio scientifico; la costituzione di un food safety officer per stato membro e di un network tra i rispettivi responsabili nazionali a Bruxelles. Su quest'ultimo punto, però, l'Italia ha un problema: la competenza è regionalizzata.

D. I consumatori sono preoccupati dal glifosate.

R. Guardi, autorizziamo i prodotti, inclusi pesticidi ed erbicidi, in base alle opinioni dell'Efsa. Nel caso del glifosate, l'Efsa è favorevole, visto che lo ha giudicato «non cancerogeno». Certo, ci sono opinioni diverse. Per esempio, l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) di Lione, che, però, non afferisce all'Ue, ma all'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ha definito il glifosate «probabilmente cancerogeno». Le sue conclusioni sono diverse anche rispetto all'Agenzia europea per la chimica (Echa).

D. Ma il giudizio dello Iarc pesa.

R. Però è stato smentito dalla stessa Oms che, a un livello più alto, ha definito le conclusioni raggiunte dall'Istituto francese come frutto di «una base dati non sufficiente». L'Oms ha spiegato che il tipo di analisi condotto dallo Iarc non si basa sul criterio del rischio, seguito dalla maggior parte delle agenzie europee e internazionali, ma sul concetto di pericolo. I due criteri sono differenti. Il metodo Iarc impedisce di analizzare il rischio reale a cui sono esposti i cittadini.

D. L'Oms ha buttato acqua sul fuoco e nessuno se ne è accorto?

R. Esatto. Si è parlato molto delle conclusioni dello Iarc. Ma l'Oms le ha smentite dopo una revisione della ricerca condotta, effettuata al più alto livello da un comitato interno all'organizzazione; i giornali non hanno ripreso la notizia. E nell'opinione pubblica è rimasta l'idea costruita dallo Iarc.

D. I dubbi restano.

R. Guardi, dopo la conclusione dello Iarc, in considerazione delle preoccupazioni emerse, la commissione Ue ha chiesto ancora all'Efsa, all'Echa e ai singoli enti nazionali preposti alla valutazione del rischio, di rivalutare gli studi. Tutti hanno concluso che non ci sono elementi che consentano di definire il glifosate cancerogeno. L'Echa è andata oltre, sostenendo che non ci sono neppure elementi che facciano pensare che il glifosate sia mutagenico, teratogenico o che abbia un qualche impatto sulla riproduttività.

D. E come la mettiamo coi Monsanto papers, che denunciano azioni di lobbying sul dossier?

R. In primis, sottolineo che Australia, Giappone, Nuova Zelanda e tutti i paesi che adottano un protocollo di valutazione rischi simile a quello europeo sono giunti alla stessa conclusione dell'Efsa e dell'Echa. Quel che è successo coi Monsanto papers è che, a un certo punto, alcuni attivisti hanno accusato Monsanto di aver influenzato le conclusioni scientifiche. Lo hanno fatto presso una Corte di giustizia in California. Il procedimento è ancora in corso. La questione è rimbalzata sulla stampa europea e ha fatto rumore. Nonostante ciò, nessuno ha messo in evidenza come la commissione europea abbia chiesto alle proprie autorità e agli stati membri una revisione ulteriore dello studio.

D. E la storia del conflitto d'interessi che avrebbe coinvolto esperti Efsa, accusati di essere vicini a Monsanto?

R. L'Efsa ha una politica molto rigorosa sul conflitto di interessi. Chi lavora in Agenzia deve dichiarare tutti i rapporti di lavoro pregressi. Effettivamente, due esperti una decina d'anni prima, avevano lavorato per Monsanto. Fornendo consulenze. Ma era risaputo in Efsa e la cosa non crea imbarazzo, né inficia il lavoro degli esperti, perché nel mondo scientifico sono moltissimi gli studiosi che, nel corso della carriera, hanno fatto ricerca o consulenze per privati. Questo, però, non vuol dire che siano in conflitto di interessi. I due esperti avevano messo tutto in chiaro.

D. Il ministro alle politiche agricole, Maurizio Martina, sostenuto dalla Coldiretti, è contrario al glifosate. Chiede che le autorizzazioni al suo utilizzo siano nazionalizzate, come fatto con gli ogm. Che ogni stato possa decidere da sé.

R. Senta, la verità è che a livello europeo, la commissione con gli stati membri, attraverso un sistema di votazione in comitatologia, adotta semplicemente una decisione sulla sostanza attiva, in questo caso il glifosate. Le implementazioni, cioè le autorizzazioni per i singoli prodotti che contengono il principio attivo, invece, si danno a livello nazionale. Ciò significa che Martina, volendo, potrebbe già proporre di proibire in Italia il Roundup, o qualunque altro prodotto contenente glifosate. Ogni stato già oggi può decidere di proibire alcuni prodotti, assumendosi però le responsabilità di un eventuale impatto economico e produttivo sull'agricoltura.

D. A proposito di impatto economico, quanto pesa su questo dossier il fatto che la tedesca Bayer stia per acquisire l'americana Monsanto, cioè l'azienda che produce proprio il Roundup, che, segnatamente, è l'erbicida più diffuso al mondo?

R. Se Bayer comprerà Monsanto o meno è una decisione che riguarda la concorrenza. È un dossier che sta seguendo il commissario Margrethe Vestager. Io mi occupo d'altro, cioè di valutare se un prodotto sia sicuro o meno per la salute. A proposito, ricordo che una delle raccomandazioni che la commissione ha fatto è non autorizzare l'uso di pesticidi nella fase del pre raccolto, per facilitare la maturazione. Nel caso del glifosate, poi, ha anche chiesto che non fosse utilizzato negli spazi pubblici.

D. Ammetterà che questo è un dossier bollente.

R. L'anno scorso, quando per la prima volta si è discusso di rinnovo per il glifosate, il parlamento europeo aveva proposto una risoluzione di proroga al riutilizzo per sette anni. Nei giorni scorsi, lo stesso parlamento Ue ha proposto una proroga di tre anni, sotto pressione dell'opinione pubblica. Ma così non si può fare una corretta politica di sicurezza alimentare; non si può dipendere dagli umori contingenti, occorre seguire la scienza. Nessuno dovrebbe fare giochi politici col glifosate, ciascuno dovrebbe esercitare le proprie responsabilità.

D. Un nuovo dossier le sta per piombare sulla scrivania, se non è già arrivato: i perturbatori endocrini nei fitofarmaci. Si teme che gli inibitori ormonali alla riproduzione dei parassiti possano influenzare l'apparato endocrino umano.

R. I perturbatori endocrini sono presenti nelle sostanze chimiche, ma anche in natura. Il caffè, ad esempio, è un perturbatore endocrino. La legislazione oggi richiede la definizione di criteri di identificazione di questi perturbatori. Sulla base dei pareri scientifici ricevuti, la commissione ha già stilato una lista di criteri. E' stata poi formulata e sottoposta agli stati Ue, per l'adozione, una proposta di metodologia. Una maggioranza qualificata di paesi Ue ha appoggiato la proposta. Eravamo pronti ad adottarla, ma questa presenta criteri da applicare in due ambiti: pesticidi e biocidi. Per i biocidi l'Europarlamento ha votato contro la proposta della commissione. Quindi la commissione non potrà adottare la metodologia proposta. Ora dobbiamo capire cosa fare.

D. Dunque, è terra di nessuno?

R. No. Esistono già regole sui perturbatori endocrini, ma sono ad interim; queste consentono già adesso di proibire prodotti pericolosi. Stiamo solo cercando di passare da una regolamentazione transitoria a una definitiva, aggiornata alle ultime informazioni scientifiche. Nonostante il rigetto del parlamento siamo ottimisti. Torneremo a discutere con stati membri e eurodeputati per un compromesso.

D. In Europa è entrato transitoriamente in vigore il Ceta. Arriverà dall'estero la carne agli ormoni?

R. No. I nostri standard di sicurezza alimentare non sono messi in discussione dal Ceta. Importiamo carni da differenti paesi, nessuna contiene ormoni. E' illegale oggi, sarà illegale domani. Vede, facciamo audit sistematici sul terreno; i nostri ispettori controllano gli stabilimenti che vogliono esportare carni in Europa. Solo chi risponde agli standard europei può esportare in Europa.

D. L'Europa, a differenza dell'amministrazione Usa targata Trump, continua a puntare sui trattati di libero scambio. Oltre al Ceta, ci sono quelli con Vietnam, Giappone, Marocco, Messico. Insomma la politica Ue è di libero scambio. Per tutte queste aree riusciamo a mantenere standard elevati di sicurezza alimentare?

R. Si discute molto di questi trattati di libero scambio. Ma, in realtà, abbiamo già situazioni di import/export con più di 100 paesi al mondo. Ciò che vogliamo fare con la nuova generazione di free trade agreement è avere un import/export basato sulle regole; regole che riducano le imposizioni amministrative. Vede, molto spesso accade che, sebbene ci siano nel contesto Wto condizioni di libero scambio, poi queste vengono frenate da imposizioni amministrative che rendono impossibile il commercio internazionale. Con i nuovi agreement vogliamo eliminare queste imposizioni per velocizzare gli scambi, attraverso regole precise. Questo, però, non vuol dire ridurre gli standard di sicurezza alimentare.

D. Ma accade sempre più spesso che le barriere non tariffarie, legate a norme tecniche siano un'arma di protezionismo. Succede negli Usa come in Cina.

R. Se le misure fitosanitarie sono coerenti con le regole Wto, no problem. Se diventano però misure di protezionismo, possiamo contrastarle in seno al Wto. Va detto che anche l'Ue adotta misure restrittive sulle importazioni, nel rispetto delle regole Wto. E quando l'audit non risponde perfettamente ai nostri standard in fatto di food safety, non consentiamo le importazioni in Europa. C'è reciprocità.





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