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di Domenico Cacopardo - ItaliaOggi

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La Catalogna verso il baratro

25/10/2017 10:30

Il presidente Puigdemont, calpestando le regole democratiche, spinge sempre più allo scontro. Il caso è un ammaestramento per certuni in Italia

Nella logica inarrestabile della politica e delle sue rivendicazioni, le mosse degli irresponsabili conducono sempre sulla via dello scontro e della inconciliabilità. Lo dimostra ampiamente quanto sta accadendo in Catalogna. Infatti, un'altra settimana di tensioni sempre più acute l'aspetta. Fatalmente, a ogni passo della Generalitat catalana corrisponde un passo del governo centrale in una escalation inarrestabile. In questi giorni il procuratore generale di Madrid (il massimo titolare del potere accusatorio) ha ribadito che lo stato di diritto ha regole inderogabili e, tra esse, è compresa l'unità nazionale.

Ieri, Carles Puigdemont, presidente catalano, è tornato ad accusare Mariano Rajoy, capo del governo, di repressione ribadendo il carattere democratico delle richieste del suo popolo. Senza entrare nel merito di chi, e di quanto pesi (prima che scoppiasse la crisi gli indipendentisti erano minoranza), sia a favore dell'indipendenza, occorre dire che l'apprendista stregone Puigdemont non sa quel che dice. La democrazia è un sistema ben diverso dall'anarchia e, rispetto a quest'ultima, ha il vantaggio di operare nell'ambito di regole condivise mediante procedure che chiamiamo, appunto, democratiche. Per cambiare gli elementi sostanziali di una democrazia, cioè il «patto costituzionale», occorrono adempimenti sui quali ci deve essere il consenso del parlamento. Una strada, questa, che per i catalani è inibita proprio dal fatto che non riusciranno mai a ottenere il voto maggioritario (3/5 o 2/3) dell'organo legislativo madrileno.

Dunque, in questi giorni, accadrà che il Senato approverà lo scioglimento degli organi elettivi di Barcellona, e l'assemblea legislativa della stessa città dichiarerà l'indipendenza. Si raggiungerà così il massimo della tensione. Oltre c'è la ribellione e la lotta armata. Nel frattempo, mille aziende hanno lasciato o stanno lasciando la Catalogna trasferendosi in altre regioni. I «bonos» (i titoli del debito pubblico) si sono impennati allargando lo «spread» sui tedeschi. Segni di una crisi finanziaria si cominciano a manifestare. Puigdemont, intanto, scoperto di non trovare alcuna sponda a Bruxelles, accusa l'Unione Europea di insensibilità, manifestando un isolamento che dovrebbe spingerlo a riflettere (e con lui i cinici caporioni dell indipendentismo) sull'isolamento catalano.

Se riflettiamo, ci possiamo rendere conto che, oggi, le mosse degli uni e degli altri rispondono alla logica inesorabile del conflitto, per la quale la tensione è uno strumento utile per compattare le proprie fila. A Madrid, Rajoy ha incassato il sostegno implicito dei socialisti (che a Barcellona, insieme ai popolari, hanno impugnato la bandiera della spagnolità). In Catalogna, le fila degli indipendentisti continuano ad accrescersi a causa del diffuso vittimismo per il rifiuto delle autorità centrali.

Leggendo la stampa internazionale, emerge con chiarezza che ciò che Puigdemont vuole, oggi, è proprio che la Generalitat sia commissariata, in modo da poter sventolare un altro argomento per sostenere e dimostrare di essere vittima di una ingiusta repressione. Molti errori sono stati compiuti nella terra contestata e nella capitale spagnola. «Non è mai troppo tardi», diceva, però, il maestro Manzi negli anni 60. E a maggior ragione oggi a proposito della Catalogna e delle altre realtà (anche italiane) in subbuglio. Occorre solo senso di responsabilità. Merce rara ormai.

Quanto a noi, la divaricazione tra Maroni e Zaia dimostra che il radicalismo autonomista del secondo non è condiviso nemmeno della Lega. Avvicinandosi, infatti, alle elezioni politiche generali, quel partito non può passare per lo destabilizzatore dell'Italia, che la condurrebbe in caso di successo sulle strade devastanti percorse dai catalani. L'uomo di Palazzo Balbi (sede della presidenza della Regione Veneto) dovrebbe superare l'ottusità politica mostrata nel post-referendum, quella che l'ha indotto ad alzare la posta, per rientrare nell'ambito della ragionevolezza istituzionale.

Salvini, che è animale politico, dovrà scegliere tra la strategia della tensione leghista (che lo isolerebbe anche da Berlusconi, sin qui indulgente) e l'approccio rassicurante all'appuntamento di primavera.





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