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di Francesco Cerisano - ItaliaOggi

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Lente Ue sul correttivo appalti

14/07/2017 09:04

La Commissione punta il dito contro la norma del governo italiano che mette in stand-by le fatture per 45 giorni. Secondo Bruxelles la legge viola la direttiva pagamenti, l'Italia deve chiarire

Il Correttivo appalti finisce nel mirino della Commissione europea per presunta violazione della direttiva sui ritardi dei pagamenti.

L'esecutivo di Bruxelles ha inviato al governo italiano una lettera di messa in mora, primo passo per l'avvio vero e proprio della procedura di infrazione, allo scopo di richiedere maggiori informazioni sulla compatibilità col diritto Ue dell'articolo 113-bis del Codice dei contratti pubblici (dlgs 50/2016) nella parte in cui prevede che «il termine per l'emissione dei certificati di pagamento relativi agli acconti del corrispettivo di appalto non può superare i 45 giorni decorrenti dall'adozione di ogni stato di avanzamento dei lavori». Una norma nuova di zecca introdotta all'interno del Codice appalti dal decreto correttivo (dlgs n. 56/2017) entrato in vigore il 20 maggio scorso.

Secondo il commissario europeo al mercato interno, industria, imprenditoria e pmi, Elzbieta Bienkowska, la disposizione sembra «estendere sistematicamente a 45 giorni il termine per il pagamento delle fatture nei lavori pubblici» e appare contraria alla direttiva sui ritardi dei pagamenti (direttiva 2011/7/Ue) che richiede alle autorità pubbliche di pagare per i beni e servizi entro 30 giorni o, in casi eccezionali, entro 60 giorni. Ora l'Italia avrà due mesi di tempo per rispondere ai rilievi di Bruxelles.

Nella lettera l'esecutivo comunitario guidato da Jean-Claude Juncker ha riconosciuto gli sforzi compiuti dalle autorità italiane per ridurre i ritardi nei pagamenti e smaltire le fatture arretrate. Tuttavia, scrive la Commissione, «devono essere ancora compiuti significativi sforzi per assicurare che i ritardi medi nei pagamenti siano in linea con i tempi fissati dalla direttiva».

L'Ue aveva già bacchettato l'Italia per gli eccessivi ritardi nei pagamenti lo scorso mese di febbraio. In quel caso, la Commissione ha contestato la prassi della pubblica amministrazione di pagare i propri fornitori privati con tempi di pagamenti medi ben superiori rispetto al limite di 30/60 giorni fissato dalla direttiva. La lettera inviata ieri, invece, apre un altro fronte di possibile contenzioso in quanto solleva ombre sulla compatibilità comunitaria del correttivo al Codice appalti, limitatamente all'art. 113-bis. Secondo Bruxelles tale norma finisce per istituzionalizzare una sorta di periodo di stand by di 45 giorni prima che le fatture dei lavori pubblici possano essere inviate al pagamento. Tutto questo con buona pace della Direttiva 2011/7 secondo cui i 30 o 60 giorni decorrono dal momento in cui la pubblica amministrazione riceve le fatture o, laddove applicabile, dal completamento della procedura di verifica della corretta fornitura dei servizi.Reiterazione di contratti.

Sarà la Corte di giustizia Ue a decidere se la disparità di trattamento tra lavoratori privati e dipendenti pubblici sul risarcimento per illegittima reiterazione di contratti a tempo determinato sia o meno compatibile col diritto Ue. A sollevare il caso è stato il Tribunale di Trapani nell'ambito della controversia (C-419/16) che ha visto contrapposta una dipendente comunale e il comune di Valderice. La Corte dovrà chiarire se sia una misura equivalente ed effettiva l'attribuzione di una indennità compresa fra 2,5 e 12 mensilità dell'ultima retribuzione al dipendente pubblico, vittima di un'abusiva reiterazione di contratti di lavoro a tempo determinato, con la possibilità per costui di conseguire l'integrale ristoro del danno solo provando la perdita di altre opportunità lavorative oppure provando che, se fosse stato bandito un regolare concorso, questo sarebbe stato vinto.

La Corte dovrà infine chiarire se, qualora uno Stato membro decida di non applicare al settore pubblico la conversione del rapporto di lavoro (riconosciuta nel settore privato), esso sia tenuto a garantire al lavoratore la medesima utilità, «eventualmente mediante un risarcimento che abbia necessariamente ad oggetto il valore del posto di lavoro a tempo indeterminato».





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