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di Gianfranco Morra - ItaliaOggi

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Macron non salta fuori per caso

26/04/2017 08:44

È un uomo di destra, sinistra e centro, banchiere e socialista, tecnocrate e spettacolare; i partiti che hanno deluso sono sostituiti da esorcisti

Cos'è la politica? Secondo Carl Schmitt è «la distinzione tra amico e nemico». Ma non era un nazista? Certo, ben presto, però, messo da parte. Ma quella frase esprime solo il realismo politico: «La storia sacra e quella profana sono nate da due assassini: di Abele e di Remo» (sant'Agostino); «Gli uomini mangiono l'un l'altri» (Machiavelli); «L'uomo è lupo per l'altro uomo» (Hobbes).

Ma allora perché Aristotele ha chiamato l'uomo «animale politico»? La socialità non è una qualità naturale? Certo, le due cose non si escludono e i regimi politici sono strumenti per frenare la malvagità umana e produrre convivenze sociali meno disordinate e conflittuali. Così sono nate monarchia, aristocrazia e democrazia: tutte utili, entro certi limiti, tutte distruttive, quando privilegiano interessi di singoli o di caste.Più di tutti ce l'ha detto Montesquieu, illuminista monarchico e aristocratico, ne Lo spirito delle leggi: le tre forme di governo funzionano quando mantengono il «principio», ossia la passione con la quale sono nati: l'onore nella monarchia, la moderazione nell'aristocrazia, la virtù nella democrazia.

Ce n'è una quarta, il dispotismo, che nasce dal timore: Montesquieu nelle Lettere persiane lo vedeva vincente nei paesi islamici (ma anche nella Francia di Luigi XIV). Egli, insieme con Locke, aprì la strada alla democrazia moderna, regime misto e moderato fondato sulla divisione dei poteri. Ispirò la rivoluzione americana (che poi rivoluzione non fu, ma moto di indipendenza) e la prima fase costituzionale di quella francese, cui seguì il dispotismo dei giacobini. Democrazia è virtù: riconoscimento dei diritti naturali, stato di diritto, primato dell'individuo e ruolo strumentale dello Stato, prevalenza dello status acquisito sullo status ascritto, eguaglianza di partenza e arrivi diversi per capacità e merito.

Una grande scoperta dell'Occidente e solo dell'Occidente, realizzata in molti paesi nel diciannovesimo secolo. Benedetto Croce la chiamava «religione della libertà» e Zweig la salutava come «epoca della sicurezza». Purtroppo, nel Novecento, comincia la sua decadenza. Tra le due guerre mondiali esplodono le ideologie totalitarie, fascismo, nazismo, comunismo. Per fortuna vinte nel 1945 e nel 1989, ma senza che la democrazia invertisse il suo cammino di dissoluzione.

Oggi l'esaltazione, spesso retorica e sentimentale, della democrazia appartiene a tutte le forze politiche, al punto che si pretende di esportarla, anche con le armi, in paesi che non l'hanno mai avuta. Ma la realtà della democrazia occidentale è oggi assai lontana dai suoi ideali fondativi. Nata religiosa con le sette evangeliche, divenuta prima politica col liberalismo poi assistenziale col socialismo, si è ormai dissolta in un caleidoscopio di interessi parziali, in un primato individualistico dei diritti sui doveri, in una occupazione dello Stato dall'interno con associazioni private, come partiti, sindacati, lobby, e dall'esterno con l'economia globalizzata e gli organismi supernazionali. Col pericolo di divenire quella che profetizzava Nietzsche: «la forma decadente della organizzazione statale».

Anche perché la democrazia è possibile solo nelle società ricche (già in Grecia democratica era la ricca Atene, la povera Sparta totalitaria). Come l'Europa industriale e colonialista sino alla seconda guerra mondiale. Oggi non più, mentre nuove aree del mondo stanno raggiungendo e anche superando economicamente l'Occidente democratico. Lo stesso «Stato assistenziale», grande realizzazione della democrazia, è oggi in cancrena, dato che solo la ricchezza di una nazione consente quel surplus di reddito necessario per crearlo e mantenerlo, adeguandolo all'invecchiamento della popolazione ed ai progressi delle scienze mediche.

Anche quanto è accaduto in Francia nelle elezioni primarie per la presidenza della repubblica lo ha mostrato ad abundantiam. Non è difficile leggervi i parametri della crisi della democrazia o, se si preferisce, della sua trasformazione da dialettica tra i ceti sociali gestita dai partiti a scelta sconsolata e sconfortata di un personaggio che non è tanto il leader di un partito, quanto un capo divenuto tale per la sua personalità, inventata soprattutto dalla manipolazione audiovisiva e digitale. Scelto nella speranza che saprà tirarci fuori dal pantano. In Francia, dove il presidente della repubblica detiene gran parte del potere esecutivo, sta accadendo con Emmanuel Macron. Un politico preparato e abile, che guarda al concreto e non alle ideologie: uomo di destra, di sinistra e di centro, banchiere e solidarista, socialista e liberista, tecnocrate e spettacolare. Tanto che al secondo turno piglierà voti da tutte le parti. Ha capito che l'importante non è avere una precisa identità, ma essere «en marche».

Da noi, dove la repubblica è rimasta parlamentare (cioè partitocratica) e l'esecutivo è fragile, è accaduto da tempo con alcuni leader, che del partito non sono stati espressione, quanto piuttosto creatori o ricreatori. Umberto Bossi, uscito dal nulla, per primo ebbe successo con l'invenzione di una Lega territoriale e antistatalistica. Silvio Berlusconi non esprimeva un partito, ma se stesso attraverso una company da lui stesso creata. Matteo Renzi ha ottenuto inizialmente un forte successo in quanto non coordinava il più monolitico dei partiti, ma lo rottamava per farne uscire uno nuovo, meno legato alle ideologie e apparati. Più di tutti Beppe Grillo ha fondato espressamente un «antipartito», che è insieme di destra e sinistra, progressista e conservatore, popolare e autoritario, democratico e centralista. Nato col no, col vaffa e con Twitter, è divenuto subito il primo di tutti.

Naturalmente quella lotta tra amico e nemico, che un tempo era soprattutto tra partiti diversi, oggi contrappone i diversi leader. Piuttosto confusi ed elusivi si riferiscono ormai non più alla identità di partito, ma ad una vaga e ormai inesistente antitesi di destra e sinistra, che serve a demonizzare l'avversario. Tanto che spesso l'elettore non sceglie il più convincente e ragionevole, ma il più bravo a sputtanare gli altri. Che a sua volta non fa eleggere i più capaci e meritevoli, ma i più fedeli e opportunisti. La nostra epoca ha dimenticato i grandi utopisti, preferisce gli abili e concreti pragmatici.





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