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di Eden Uboldi - ItaliaOggi

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Migranti, restano dove arrivano

27/07/2017 09:45

La Corte di giustizia e l'Avvocato generale si sono espressi su 6 casi in materia di protezione internazionale. L'asilo va sempre richiesto nel primo luogo d'approdo

Spetta sempre allo stato di primo approdo la competenza a esaminare le domande di protezione internazionale di un cittadino extraeuropeo. Anche quando quest'ultimo attraversa la frontiera in massa. Lo ha stabilito ieri la Corte di giustizia dell'Unione europea pronunciandosi sui casi C-490/16 e C-646/16, dando anche risposta ai dubbi sollevati dalla I Commissione del Senato durante i lavori sulla risoluzione per la ricollocazione e il reinserimento dei migranti.

Nel 2016 un cittadino siriano e due afghani, benché senza l'idoneo visto, dopo essere entrati in Croazia, sono stati accompagnati dalle autorità croate alla frontiera con la Slovenia così da poter raggiungere altri stati a cui presentare la domanda di protezione. Mentre il siriano ha posto la richiesta alla Slovenia, i due afgani l'hanno posta all'Austria. Ma entrambi i paesi hanno rigettato le domande poiché ritenevano che l'ingresso in Croazia fosse avvenuto in modo illegale, secondo il regolamento 604/2013 (Dublino III), e che quindi spetti a quest'utima esaminare le domande di protezione.

Sia la Corte suprema della Repubblica di Slovenia che la Corte amministrativa suprema di Vienna, investite delle cause, hanno interrogato la Corte Ue: il comportamento tollerante delle autorità croate equivale al rilascio di un visto? E l'attraversamento in massa di un confine si deve considerare illegale? La Corte ha osservato che il visto, secondo il diritto europeo, consiste in un atto formalmente adottato da un'amministrazione nazionale, e non un semplice comportamento tollerante. Quindi, l'ammissione di uno straniero nel territorio di uno stato membro non può essere parificata a un visto. Inoltre, l'attraversamento di un confine, senza il rispetto dei requisiti stabiliti dallo stato interessato, è per forza illegale.

Sempre nella giornata di ieri la Corte ha espresso il suo giudizio su un altro caso relativo alla competenza di uno stato membro in materia di protezione internazionale. In merito alla causa C-670/16, ha affermato il principio che il ritardo di uno stato nel rinvio della presa in carico ad altro stato può comportare l'attribuzione della competenza. Nell'autunno 2015 un cittadino eritreo, Tsegezab Mengesteab, ha presentato domanda di asilo in Germania. L'Agenzia federale tedesca per l'immigrazione, scoperto però che le sue impronte digitali erano state già rilevate in Italia, ha deciso di trasferirlo nella penisola e ha chiesto alle autorità italiane di prenderlo in carico, oltre il termine di tre mesi fissato dal regolamento Dublino III. La Corte ha dichiarato che un richiedente protezione può invocare, nel ricorso contro una decisione di trasferimento adottata nei suoi confronti, la scadenza del termine di tre mesi. Superato questo termine, che scatta dalla presentazione della domanda di protezione, la richiesta di presa in carico non può essere validamente formulata.

Per quanto riguarda il ricorso contro il rigetto della domanda di asilo, la Corte, allineandosi alle conclusioni dell'Avvocato generale sulla causa C-348/16 (si veda ItaliaOggi del 7/4/17), ha affermato che il richiedente può anche non essere sentito personalmente se sussistono tre condizioni: a) nella fase pre impugnazione il soggetto abbia avuto modo di essere ascoltato personalmente; b) il materiale che comprovi il colloquio avvenuto, ovvero un verbale o una trascrizione, sia presente nel fascicolo dell'autorità giudiziaria competente; c) sia possibile, se necessario, una nuova audizione.

Nel caso in questione, il ricorrente, un migrante economico originario del Mali si era visto respingere la domanda di protezione perché la Commissione territoriale aveva osservato che non ne aveva i presupposti. Il Tribunale di Milano, investito del ricorso, aveva domandato se potesse decidere subito o doveva procedere a nuova audizione.

Infine, ieri l'Avvocato generale Yves Bot ha presentato le sue conclusioni generali, non vincolanti, sulle cause C-643/15 e C-647/15 in merito al meccanismo provvisorio di ricollocazione obbligatoria dei richiedenti asilo. Per affrontare l'ondata migratoria dell'estate 2015, il Consiglio europeo aveva adottato la decisione 2015/1601 che aveva istituito misure temporanee a beneficio dell'Italia e della Grecia. Ma Slovacchia e Ungheria hanno chiesto alla Corte l'annullamento dell'atto, ritenendolo viziato da errori procedurali e del tutto inabile al fine per cui è stato emanato. Bot ha respinto i ricorsi, non solo rigettando tutte le argomentazioni legate ai vizi ma anche sottolineando che le misure della decisioni sono atte ad alleviare le pressioni migratorie subite da Italia e Spagna.





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