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di Mf-DowJones News

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Ocse: Italia mette a rischio futuro eurozona

07/06/2017 16:20

Secondo l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico l'Italia stenta a crescere e manifesta evidenti difficoltà ad attuare riforme politico-economiche risolutive. Se Roma non riuscirà a far quadrare il cerchio a pagarne le conseguenze potrebbe essere l'intera zona euro

Bassa crescita, alto debito pubblico, riforme strutturali a rilento sono alcuni dei rischi principali che pendono come una spada di Damocle sul collo dell'Italia. L'Ocse oggi ha messo in guardia Roma, tagliando la stima di crescita del Pil del 2018 dall'1% allo 0,8%. Il Paese non solo sta mettendo a repentaglio la sua ripresa, ma anche il futuro dell'Eurozona.

L'Organizzazione ha evidenziato che "la crescita della domanda globale e il recente deprezzamento dell'euro stanno sostenendo l'export". Inoltre "gli investimenti privati si stanno rafforzando" ma quelli pubblici "non si sono ancora ripresi". L'Ocse ha avvertito poi che l'alto livello di debito pubblico resta un punto debole. Il Governo ha accantonato 20 mld di euro per la ricapitalizzazione delle banche del Paese. Se tale ammontare venisse usato interamente il debito pubblico salirebbe dell'1,2% del Pil.

L'Organizzazione ha consigliato quindi a Roma di accelerare con le riforme strutturali, di adottare politiche di bilancio prudenti, incrementando la spesa in infrastrutture, innovazione e misure contro la povertá. L'Ocse ha invitato poi il Governo a "introdurre tasse sugli immobili residenziali basate su revisioni degli estimi catastali". Questa azione, insieme alla lotta all'evasione fiscale, farebbe crescere il gettito e renderebbero le tasse piú eque.

Infine l'Organizzazione ha avvertito Roma sul fatto che una nuova crisi dei rifugiati potrebbe creare ulteriori tensioni non solo a livello politico e sociale, ma anche finanziario.

"L'Italia costituisce un rischio per il futuro dell'Eurozona e deve essere monitorata attentamente. Crescita debole, forte indebitamento, alto tasso di disoccupazione e bassa competitivitá creano infatti una miscela pericolosa", commenta Yves Longchamp, Head of Research di Ethenea Independent Investors (Schweiz).

"Anche volendo prescindere dal suo sistema bancario, le dimensioni dell'economia italiana sono tali da mettere a rischio l'esistenza stessa dell'Eurozona. Con Germania, Francia e Spagna, l'Italia fa parte dei cosiddetti Big Four, che da soli rappresentano quasi il 75% del Pil dell'unione monetaria (rispettivamente all'incirca il 30%, il 20%, il 10% e il 15%) ed è la piú vulnerabile: il Pil ha recuperato ben poco terreno dopo le due crisi, mentre il rapporto debito/Pil rimane stabile e il tasso di disoccupazione strutturale resta elevato", spiega l'esperto.

"Inoltre, tra il 2000 e la grande crisi finanziaria del 2008, la competitivitá dell'Italia è peggiorata del 20%, mentre quella della Germania è migliorata del 10%, e nel momento in cui si è verificata la crisi, il profondo divario in termini di competitivitá tra la Germania e i due Paesi periferici, Italia e Spagna, pari a circa 30 punti percentuali in entrambi i casi, ha evidenziato con chiarezza la disomogeneitá fondamentale e insostenibile in seno all'unione monetaria. Questo squilibrio è uno dei motivi alla radice della crisi dell'euro e della frammentazione del mercato dei titoli di Stato. Oggi il divario tra Italia e Germania si è ridotto al 20% (ma quello tra Spagna e Germania è all'8%) ed è un dato incoraggiante e preoccupante al tempo stesso, in quanto conferma il processo di convergenza in atto ma ne sottolinea la lentezza. Di questo passo, bisognerebbe attendere fino al 2037 perchè la differenza in termini di competitivitá tra Germania e Italia torni ai livelli del 2000", aggiunge Longchamp.

"Le riforme del mercato del lavoro sono essenziali per recuperare competitivitá, creare posti di lavoro e ridurre la disoccupazione, ma sono molto difficili da implementare", conclude Ll'esperto. "Sará compito del prossimo primo ministro italiano assicurarne l'attuazione, il che sará possibile soltanto con il supporto di una forte maggioranza parlamentare".





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