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di Francesco Chierchia MF-Dow Jones News

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Puigdemont: non sono fuggito, non chiedo asilo ma non torno

31/10/2017 16:46

Il leader catalano è a Bruxelles per continuare a lavorare in sicurezza, chiede l'intervento dell'Ue sulla questione indipendentista e si rifiuta di tornare a Barcellona senza sufficienti garanzie.

La questione catalana è entrata ormai in una nuova e diversa fase. Dopo la "fuga" in Belgio dell'ex presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, oggi si è infatti aperto un ulteriore capitolo dello scontro tra Madrid e il leader indipendentista. "Non sono qui per chiedere asilo politico", ha dichiarato Puigdemont, intervendendo dalla sede del Press club di Bruxelles. La decisione divolare all'estero è stata presa per avere piuttosto la possibilitá di "agire in libertá e sicurezza, far arrivare a un livello europeo la questione catalana e chiedere alle istituzioni di intervenire", ha aggiunto.

Il politico catalano, pur non volendo chiedere asilo politico, ha sottolineato però la necessitá di "denunciare la politicizzazione della giustizia spagnola, la sua mancanza di imparzialitá e il suo perseguire le idee e non i reati. E' necessario - ha proseguito - che al mondo vengano mostrate le serie mancanze democratiche della Spagna".

In virtú dei motivi espressi, Puigdemont ha annunciato di non essere intenzionato a tornare a Barcellona finchè il Governo centrale non fornirá, a lui ed i suoi fedelissimi, sufficienti garanzie. "Per quanto tempo (rimarremo in Belgio, ndr)? Dipende dalle circostanze. Se ci fossero garanzie immediate di un trattamento giusto, che garantisca un processo equo e indipendente con un'effettiva separazione dei poteri, ritorneremmo immediatamente", ha affermato.

Successivamente, il presidente oramai destituito si è impegnato nel tentativo di internazionalizzare la questione catalana. "Chiedo alla comunitá internazionale, e in particolare all'Europa, di reagire". I fatti della Catalogna "sono alla base dei valori su cui l'Ue è fondata: democrazia, libertá, libertá di espressione, ospitalitá, non violenza. Accettare che il Governo spagnolo non dialoghi - ha avvertito Puigdemont - che tolleri la violenza esercitata dai gruppi di estrema destra, che si imponga militarmente e ci metta in galera per 30 anni, è la fine dell'idea europea. E' un errore che pagheranno tutti".

Nonostante tali premesse, l'appello del leader sembra però esser caduto nel vuoto. La Commissione europea, pochi minuti dopo, si è limitata a rispondere con un "no comment" alle parole dell'ex presidente della Generalitat. "Questa è e rimarrá una questione spagnola", ha poi commentato una portavoce di Bruxelles.

I Governi comunitari si sono stretti a sostegno di Madrid, e nelle ultime ore anche il Belgio si è deciso ad adottare una linea piú dura nei confronti di Puigdemont. "Quando si chiede l'indipendenza è meglio restare vicini al proprio popolo", ha scritto su Twitter il vicepremier belga, Kris Peeters. "Puigdemont sará trattato come un qualsiasi cittadino europeo", ha aggiunto poco piú tardi il premier, Charles Michel.

Mentre all'estero le dichiarazioni si susseguono, in Spagna la giustizia nazionale prosegue il suo corso: da un lato il Tribunale Costituzionale ha sospeso ufficialmente la dichiarazione di indipendenza proclamata dal Parlament catalano; dall'altro il Tribunale Supremo si è dichiarato all'unanimitá competente per indagare e giudicare gli attori della secessione.





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