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di Samuel White | EurActiv.com

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Registri pubblici, lobby divise

01/02/2017 18:00

Gli obblighi di trasparenza, diversi in tutta l'Ue, rappresentano un campo minato per lobbisti e legislatori. I sistemi obbligatori e volontari hanno entrambi i loro vantaggi, ma nessuno è stato in grado di risolvere il problema di immagine del settore

In un recente sondaggio è emerso che il 78% dei cittadini francesi disapprova il lobbying mentre l’81% ritiene si tratti di una pratica che favorisce gli interessi privati rispetto a quelli generali. Diversi Paesi europei hanno introdotto dei registri per rendere più trasparente il mondo del lobbying e dei public affairs, in molti casi sulla scia di scandali pubblici.

Ad esempio in Francia il registro è stato predisposto in risposta all’affaire Cahuzac. All’ex ministro al Bilancio, Jérôme Cahuzac, è stata comminata una pena di tre anni lo scorso dicembre per frode e riciclaggio di denaro.

Un registro obbligatorio o volontario?

Per Mark Glover, presidente dell’Association of Professional Political Consultants (APPC), un organismo di rappresentanza britannico, l’autoregolamentazione del settore è l’unica risposta. "L'adesione a singoli standard non funziona, le aziende hanno bisogno di un giudice indipendente. Ma ci sarebbe troppa burocrazia con uno statuto unico", ha osservato.

Westminster ha introdotto un registro dei lobbisti due anni fa che si applica solo ai gruppi di pressione che rappresentano terze parti. Una lista obbligatoria che secondo Glover non ha credibilità sia tra i parlamentari sia tra gli stessi gruppi di pressione londinesi e che ingiustamente prende di mira solo consulenti esterni. “APPC supporta la trasparenza, ma è anche critica rispetto alla necessità di una parità di condizioni tra lobbisti esterni e quelli che rappresentano solo un’azienda”, ha concluso Glover.

Ma il Public Relations Institute of Ireland (PRII) la pensa diversamente. John Carroll, a capo dell’istituto, è del tutto a favore di un registro delle trasparenza obbligatorio. “Liste obbligatorie aumentano la professionalità del business”. L'Irlanda ha a livello europeo le regole più severe. Non solo richiede che tutti gli incontri tra i rappresentati eletti e lobbisti siano registrati, ma è l'unico Stato membro ad estendere tale obbligo agli eurodeputati.

Le barriere all’armonizzazione

Bruxelles ha introdotto un registro per la trasparenza nel 2014 a cui i lobbisti devono essere iscritti se desiderano incontrare i membri di alto rango delle istituzioni europee. I firmatari devono inoltre fornire i dettagli sul budget destinato al lobbying. Anche se questo registro può essere considerato da alcuni come il prototipo per un'armonizzazione europea, i progressi sulla questione sono lenti.

Non solo i paesi Ue hanno definizioni molto diverse del concetto di lobbista, ma le regole differenti in materia di “porte girevoli” (il movimento continuo di persone divise tra attività politica ed attività di lobbying) così come la resistenza da parte dei politici stessi, sono gravi ostacoli all’armonizzazione europea. E il requisito del registro di Bruxelles sulle dichiarazioni finanziarie non è necessariamente quanto gli Stati dell'Unione Europea sarebbero disposti a replicare.

Esigere dettagli di spesa sulle attività di consulenza potrebbe "allontanare del tutto dal registro", ha sottolineato Glover, avvertendo che le aziende potrebbero fatturare le spese come attività di comunicazione non soggette a requisiti di trasparenza.

Per Carroll le dichiarazioni finanziarie richieste dalla Bruxelles nel registro della trasparenza non sono altro “pane per i denti dei giornalisti". Ma quanto davvero una società di consulenza si fa pagare per i suoi servizi non è per forza lì, è la conclusione di Carroll.

Infine mentre Glover ha messo in dubbio che i registri di lobbying abbiano migliorato le cose nel Regno Unito, insistendo che non ci sia stato un vero e proprio scandalo lobby negli ultimi dieci anni, lo stesso ha accettato che la trasparenza sia un bene per l'immagine della professione.

Il sistema irlandese funziona molto bene, ha aggiunto Carrol, nonostante la mancanza di consapevolezza tra politici e opinione pubblica. "Ma il successo non fa mai notizia", ha suggerito. Affinché il pubblico e i politici prendano sul serio la trasparenza, "ci vorrà un altro scandalo".





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