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di Domenico Cacopardo - ItaliaOggi

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Trump, elefante in cristalleria

31/03/2017 10:31

Fa saltare vecchi equilibri senza trovarne dei nuovi

L'esuberanza, chiamiamola così, di Donald Trump da pochi mesi alla testa degli Stati Uniti, poiché non è affatto chiaro in quale direzione si stia muovendo la sua politica estera (una serie di «stop and go» mai verificatosi a memoria d'uomo in modo così convulso), ha posto agli americani una domanda cruciale: «Qual è, in fin dei conti, la vera strategia internazionale del presidente?» E il dibattito non riguarda soltanto i democratici e la stampa d'area, ma tutto l'«establishment», di destra, di centro e di sinistra.La constatazione elementare è che le caratteristiche più spiccate della sua campagna elettorale (aggressivo, impulsivo, eccessivo, temerario) si sono ritrovate nel periodo di transizione e, poi, nella sua gestione della Casa Bianca. La cronaca di questi 70 giorni di presidenza è punteggiata dalla sua sfida ai luoghi comuni 'comunemente' accettati, alle leggi cui ormai la popolazione si era assuefatta, alle usanze diplomatiche (il campo in cui si è più notato lo «stop and go»), al principio del contenimento delle spese militari che invece cresceranno di 54 miliardi di dollari nel prossimo anno fiscale, all'«Obamacare», l'unica sua sconfitta politica sino a ora registrabile a causa dell'opposizione di una parte significativa del partito repubblicano che si è allineata sulle posizioni democratiche, difendendo la legge sanitaria del predecessore di Trump.

L'affermazione del discorso inaugurale «Il potere torna al popolo. L'America al primo posto» si riflette negli atti quotidiani, spesso costituiti da virate improvvise e inaspettate, come i decreti presidenziali ritenuti illegittimi o illegali dai magistrati di vari stati. Anche se la politica conta di più che da noi, tanto che basta una dichiarazione del presidente per orientare gran parte dei tribunali e un suo ordine a cambiare l'atteggiamento dell'ultima delle guardie confinarie, in fin dei conti, un'autorità giudiziaria elettiva e, appunto, politicizzata non turba più di tanto l'esercizio delle virtù democratiche e un'efficienza della macchina giudiziaria che per noi è da iscrivere nel libro dei sogni.

Ma «America first» assume un maggiore significato quando si tratta di politica estera e della difesa. Anche perché, a torto o a ragione, la sensazione degli americani è che Trump arrivi dopo una serie di sconfitte diplomatiche e militari che hanno costretto gli Usa a passare dall'offensiva in vari scacchieri alla difensiva tremebonda e insicura, nella quale le sue ragioni e quelle dell'Occidente erano affidate ai colpi inferti dai droni. Nessun confronto a viso aperto come si conviene a un Paese che è erede dell'epopea del «West», nella quale centinaia di migliaia di coloni spazzarono crudelmente via la popolazione originaria. Perciò l'idea assertiva di Trump è quella di tornare a vincere con i mezzi propri di un uomo d'affari come lui è, capace di trarre profitto da ogni negoziazione e di mettere in difficoltà ogni avversario per mancanza di punti di riferimento fissi di tipo ideologico, storico o economico.

Il problema vero, però, è che il mondo degli affari è un ambiente ben diverso dal mondo della politica internazionale. I capi di governo o di Stato cercano certo il vantaggio del proprio Paese, ma non a scapito della loro popolarità o forza politica, talché non è immaginabile che una Angela Merkel rimanga scossa o impaurita dalle prospettive che Trump le rappresenta e che, anzi, sia capace nella stessa casa del presidente americano di criticare alcune sue posizioni in materia di immigrazione. E questo accade non per le fisime o i preconcetti di una leader europea, ma perché, se non lo facesse, Angela Merkel perderebbe la faccia di fronte ai tedeschi in genere e ai suoi elettori in particolare ai quali ha fatto accettare un'improvvisa svolta, il giorno in cui annunciò che la Germania avrebbe ammesso nel suo territorio 1 milione di profughi siriani l'anno per cinque anni. E questo del «perdere la faccia» è uno dei vincoli maggiori di un presidente come Trump che si è proposto come l'antitesi del passato e del paludato «establishment».

Se qualcuno (Henry Kissinger) ha pensato di indurre Trump ad adottare la tattica del «Cavallo pazzo», tanto cara a lui medesimo e a Richard Nixon (e che li condusse a importanti svolte come l'apertura alla Cina e la pace in Vietnam), ha sbagliato. E per due motivi: perché Nixon - Cavallo pazzo era un politicante cinico ed esperto che operava le sue svolte dopo una accurata e lenta preparazione diplomatica, affidata proprio al suo segretario di Stato, e perché la sorprendente «mossa del cavallo» diventava di dominio pubblico quand'era ormai matura e attuabile. A leggere i resoconti, Trump ha tutto un altro temperamento. «Un caratteriale», dicono molti che aggiungono «incapace di autocritica.» Questo lo spingerebbe a sottovalutare i rischi di una politica estera avventata: se un affare salta, fallisce quel «business» e se ne può imbastire un altro. Se fallisce un negoziato di politica estera, le conseguenze sono ben diverse e possono coinvolgere la credibilità della Nazione e del suo presidente: non basta, la caduta di credibilità si rifletterebbe sulla stabilità interna, sui cambi e sulle prospettive economiche.

In questo ambito si colloca la minaccia formulata dal segretario alla difesa, generale James Mattis, detto, a proposito di pazzia, «crazy dog» (cane pazzo), quando ha dichiarato che nei confronti della Corea del Nord non è esclusa l'opzione militare. Il pericolo dell'amministrazione Trump è di rimanere prigioniera delle proprie parole e, quindi, di non poter agire con la flessibilità che le contingenze internazionali impongono. L'ultimo grande rischio corso dagli Usa fu determinato dalla decisione di John Fitzgerald Kennedy (15 ottobre 1962) di imporre il blocco navale a Cuba. Ebbe la fortuna di avere di fronte Nicolaj Kruscev che, da comunista leninista e da vero contadino, valutò con realismo la situazione e ordinò alle sue navi cariche di missili destinati a Castro di invertire la rotta e di rientrare alla base.

Kim Jong-un, il giovane dittatore della Corea del Nord non sembra ragionevole come fu Kruscev. E, in questo caso, le parole sono come pietre, capaci quindi di suscitare atti inconsulti e provocazioni. Come sempre, le guerre nascono da errori di calcolo (cfr. Hitler e il suo attacco alla Polonia). Perciò, accanto ai grandi guerrieri che hanno costruito grandi imperi, la storia ci ha dato tanti politici coraggiosi, ma quelli che hanno azzardato troppo, sottovalutando le difficoltà e gli avversari, hanno in fin dei conti provocato danni irreparabili al proprio Paese e a se stessi. Nel caso di Trump, il suo gioco (un difficile equilibrio tra la forza reale e il bluff) non s'è ancora sviluppato, ma la percezione è che la dose di rischi che correrà l'America sarà elevata. Tanto elevata da far considerare possibile, in caso di eccessi non gestibili (e la voce circola ampiamente, troppo ampiamente per non avere un qualche fondamento) una reazione radicale di Camera dei rappresentanti e del Congresso: un «impeachment» cioè con la partecipazione determinante dei parlamentari repubblicani, conservatori sì, ma sensibili al tema guerra-pace, mai così cruciale come in quest'inizio di millennio.

Nella storia americana, salvo rare eccezioni sono stati i democratici a fare le guerre. I repubblicani le paci.





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