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di Giuseppe Corsentino (da Parigi) - ItaliaOggi

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Uber, assalto cinese a Parigi

26/09/2017 09:48

Sbarca nella capitale francese Taxify, di Didi Chuxing che in Cina ha liquidato il colosso Usa. Appello della californiana per tenersi stretta autisti e utenti

Dopo Londra ora è anche Parigi a preoccupare il nuovo ceo di Uber, l'americano di origine iraniana Dara Khosrowshi, appena arrivato da Expedia-Trivago alla guida del colosso californiano della mobilità (o ex colosso, visto che nel 2016 ha perso tre miliardi su 5,5 di fatturato e decine di migliaia di autisti in tutto il mondo hanno deciso di mollare la piattaforma, uscire dal network e fare altro). 

Dell'Italia inutile parlare visto che da più di sette mesi sia i dirigenti di Uber sia i rappresentanti dei taxisti aspettano una legge promessa dal governo. Mentre Ungheria, Danimarca e le amministrazioni comunali di tre grandi città tedesche, Francoforte, Amburgo e Düsseldorf, hanno deciso di vietare, già dal lontano 2015, Uber, così come ha fatto ora la Transport for London su precisa richiesta del sindaco laburista Sadiq Khan.

Con una differenza, non da poco, tra Londra e Parigi. Perché nella capitale inglese, dove Uber ha fatto lavorare più o meno regolarmente e certamente sfruttandoli 40mila autisti (ma questo è un altro discorso che coinvolge la capacità, meglio: l'incapacità dei regolatori pubblici a dare regole nuove a un mercato nuovo) e ha permesso a più di 3,5milioni di londinesi di spostarsi più agevolmente e a prezzi più bassi rispetto alle tariffe salatissime dei black cab, i taxi neri, la società californiana può sempre sperare in un ripensamento, in una decisione favorevole della magistratura amministrativa.

Al contrario, nella capitale francese, dove i regolatori non sono certamente meno severi di quelli inglesi ma al divieto puro e semplice hanno preferito, più abilmente, complicare la vita a Uber imponendo, con la Loi Grandguillamme (dal nome del deputato socialista Laurent Grandguillamme che l'ha voluta nella scorsa legislatura), che i suoi autisti avessero una licenza come i conducenti delle auto blu (le cosiddette Vtc, Voiture de transport avec chaffeur); ecco, qui a Parigi, la battaglia di Uber la sopravvivenza si è fatta, all'improvviso, più dura e incerta.

Perché qui, licenze e autorizzazioni a parte, la sfida di Uber non è più solo con le autorità pubbliche e con i sindacati dei taxisti, sempre molto brulant, pronti a infiammarsi e a incendiare le vetture nemiche sulla Periferique, ma anche con un competitore che si annuncia molto più forte, più abile, con più grinta e risorse finanziarie. 

Si chiama Taxify, una start-up nata in Estonia un paio di anni fa e diventata la filiale europea dell'Uber cinese, il gruppo Didi Chuxing, che non ci ha messo molto a pulverisér, polverizzare in Cina il colosso californiano, come ha scritto il corrispondente da Pechino del quotidiano economico Les Echos.

Didi Chuxing ha già 400milioni di clienti e un valore di oltre 30 miliardi di dollari considerando anche il miliardo che Apple ha deciso di investirvi pochi mesi fa. Attirata, forse, dalla storia e dal curriculum del suo ceo, una gentile signora appena quarantenne, Liu Quing, figlia di Liu Chuanzhi, il fondatore di Lenovo, l'azienda cinese che ha rilevato l'Ibm, e per dodici anni responsabile Asia di Goldman Sachs.

Ed è proprio con una concorrente come miss Liu che Uber dovrà confrontarsi prima della fine dell'anno a Parigi.

Le auto bianche con la scritta Taxify e due bande verdi sulla coda sono già pronte e anche la rete internet con il sistema operativo. «Mi sono iscritto, ho la licenza e mi hanno già validato» spiega a ItaliaOggi un autista che ha lasciato Uber per Taxify. I cinesi pagano di più (cioè trattengono una fee per ogni corsa inferiore al 25% imposto dagli americani), danno più libertà (cioè consentono l'utilizzo di più piattaforme), promettono «bonus de fidélité» e corsi di formazione: cosa, quest'ultima, che piace molto ai regolatori pubblici e ai sindacati.

Uber è talmente preoccupata che, oltre a contattare i suoi autisti uno per uno, ha lanciato una massiccia campagna pubblicitaria (affissioni e pagine sui giornali) in cui ammette sì di aver sbagliato in passato ma di essere pronta a rivedere le sue strategie. «Ce que nous avons appris dans 5 ans c'est que nous n'irons nulle parte sans vous»: così si legge nell'annuncio: «In questi cinque anni abbiamo imparato che non andremo da nessuna parte senza di voi». Un appello agli autisti e ai francesi che in questi cinque anni hanno viaggiato in taxi grazie a Uber.

Taxify, che prima di arrivare qui a Parigi è sbarcata quest'estate a Londra rilevando il concorrente di Uber, City Drive e i suoi 3mila autisti, usa argomenti forse più convincenti dello slogan pubblicitario di Uber, «Avancer avec vous», Andare avanti con voi. Una fonte interna ha confidato ai sindacati di avere in cassa più di 5 miliardi di euro. Tanto per cominciare.





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