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di Francesco Colamartino | Mf-DowJones News

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Uber, mosse politiche dietro revoca licenza a Londra

22/09/2017 17:45

L'autorità dei trasporti londinese non intende rinnovare la licenza per autonoleggio privato alla compagnia statunitense, che però ha già annunciato il ricorso in appello

E' ormai difficile trovare un fronte su cui Uber non sia sotto attacco. L'ultima batosta è arrivata da Londra, dove l'autoritá dei trasporti della capitale ha detto che non rinnoverá la licenza per autonoleggio privato a Uber, affermando che la compagnia non ha le carte in regola per continuare ad averla.

Si tratta della licenza che serve alla societá di San Francisco affinchè i privati possano svolgere legalmente il servizio di ride-hailing. Uber, dal canto suo, ha detto che ricorrerá in appello contro la decisione e che, in ogni caso, continuerá a operare finchè non arriverá la sentenza sul ricorso.

L'attuale licenza di Uber per operare a Londra scade a fine mese. Londra rappresenta il 5% dei 65 milioni di utenti globali attivi e un terzo degli 11 milioni che risiedono in Europa. La motivazione dell'autoritá londinese va rintracciata nel fatto che "l'approccio e la condotta di Uber dimostrano una mancanza di corporate responsibility in relazione a una serie di aspetti che hanno implicazioni riguardanti la sicurezza pubblica".

Il general manager di Uber a Londra, Tom Elvidge, ha detto che "3,5 milioni di londinesi che utilizzando la nostra app e piú di 40.000 driver partner che lavorano principalmente grazie a Uber rimarranno senza parole quando verranno a sapere di questa decisione". "Gli autisti che utilizzano Uber operano con una licenza emessa dal Tfl e sono sottoposti agli stessi scrupolosi controlli dei conducenti di black cab", ha aggiunto il general manager, "per garantire un'ulteriore sicurezza la nostra tecnologia innovativa è andata oltre, tracciando e registrando ciascuna corsa con sistemi gps. Abbiamo sempre seguito le regole del Tfl, segnalando incidenti seri e attraverso un apposito team che lavora a stretto contatto con la polizia locale".

L'autoritá ha anche citato tra le motivazioni l'uso del programma Greyball, con cui Uber avrebbe consentito agli autisti di eludere i controlli delle autoritá. Uber ha detto a marzo che avrebbe posto fine all'uso del software, finito nel mirino degli inquirenti Usa. "Come abbiamo giá detto al Tfl, un'indagine indipendente ha dimostrato che greyball non è mai stato utilizzato o considerato come un'opzione nel Regno Unito", ha concluso il general manager di Londra.

United, il sindacato che rappresenta il tassisti di Londra, ha accolto con favore la decisione dell'autoritá dei trasporti, appoggiata dal sindaco della capitale, Sadiq Khan, che ne è anche il supervisore. Le autoritá della metropoli hanno piú volte sollevato il rischio di un'ulteriore congestione del traffico e di un aumento dell'inquinamento, causati dal proliferare di questi servizi di ride-hailing privati. A luglio i membri della London Assembly, il braccio parlamentare dell'organo di governo della capitale, hanno espresso un voto anonimo e non vincolante contro il rinnovo della licenza, nonostante la compagnia di San Francisco abbia migliorato le sue pratiche di lavoro.

I fronti aperti di Uber diventano di mese in mese piú numerosi. L'Fbi di New York e il procuratore di Manhattan hanno avviato un'indagine sulla compagnia di San Francisco per capire se ha utilizzato un software che ha interferito illegalmente con le attivitá dei competitor. Nel mirino c'è Hell, un software utilizzato da Uber tra 2014 e 2016, che poteva tracciare i conducenti che lavoravano per Lyft. Secondo fonti vicine al dossier, il programma permetteva a Uber di creare account fake di clienti Lyft, ingannando il sistema di quest'ultima con prenotazioni fasulle di corse verso varie parti della cittá. Questo consentiva a Uber di vedere quali autisti di Lyft fossero nei paraggi e quali prezzi offrivano per varie tratte. In piú riusciva a ottenere informazioni sulle paghe dei conducenti della rivale per poterli strappare ad essa con incentivi monetari.

Un autista di Lyft ha promosso una class-action contro Uber davanti a una corte federale della California, poi respinta dal giudice, per violazione della privacy, delle normative statali sulle intercettazioni telefoniche e di quelle sulla concorrenza sleale. Gli avvocati dell'autista hanno giá detto che non si arrendono.

A breve Google e Alphabet si fronteggeranno in tribunale, dopo che la compagnia di San Francisco è stata accusata dalla controllata di Alphabet di averle illecitamente sottratto i segreti commerciali sulla tecnologia per l'auto autonoma, comprandoli da Anthony Levandowski, ex capo della divisione di Uber dedicata all'auto senza pilota e con un passato proprio in Google. Il giudice ha bloccato temporaneamente una parte del programma di Uber su richiesta di Google. La societá di Dara Khosrowshahi aveva chiesto di poter portare il contenzioso davanti a un arbitro, ma il giudice di San Francisco glielo ha negato. Di recente ha anche ammesso di aver sottopagato per decine di milioni di dollari gli autisti di Filadelfia e di New York. Solo per New York il conto potrebbe essere particolarmente salato, intorno ai 900 dollari per autista, che, moltiplicati per i 50 mila driver della metropoli, fanno 45 milioni.

Lo scorso mese il Dipartimento di Giustizia Usa ha incominciato a imbastire un'indagine per capire se i manager di Uber abbiano violato il Foreign Corrupt Practices Act, che proibisce il pagamento di tangenti a pubblici ufficiali stranieri per ottenere il via libera al lancio o alla prosecuzione di un business.





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