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di Valerio Stroppa - ItaliaOggi

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Ue: il web produce elusione

26/09/2017 09:18

Indagine della Commissione europea sulle grandi imprese digitali. La sharing economy paga il 9% di imposte

Dai social network all'e-commerce, dalla musica digitale alla pubblicità online, senza dimenticare le piattaforme «collaborative» della sharing economy, dove i prestatori dei servizi sono i clienti stessi (ma il sito che fa da tramite guadagna la commissione). Diversi modelli di business, ma un denominatore comune: strutture societarie congegnate in modo tale da pagare una percentuale di imposte molto bassa in Europa, in media il 9%, ma spesso addirittura inferiore all'1%.

È questo il quadro che la Commissione europea ha presentato il 21 settembre, illustrando il pacchetto «esplorativo» di misure allo studio in materia di web tax (si veda ItaliaOggi del 22/9/17). Nel memorandum messo a punto dai tecnici di Bruxelles, sono illustrati alcuni esempi operativi di come i colossi del web riescono a risparmiare miliardi di euro di tasse, muovendosi in un quadro normativo e regolamentare non al passo con i tempi della rivoluzione digitale. Basti pensare che tra il 2008 e il 2016 i ricavi delle prime cinque aziende di commercio elettronico del web sono cresciuti al ritmo del 32% annuo, mentre il fatturato delle catene distributive tradizionali nell'intera Unione europea è salito di appena l'1%.

Gli utenti che vivono nell'Ue hanno accesso (solitamente gratuito) a un sito gestito da un'azienda localizzata fuori dall'Europa, per esempio negli Stati Uniti. La piattaforma registra i dati degli utilizzatori, tra cui le informazioni riguardanti le loro abitudini di acquisto, gusti e preferenze. Questo consente al sito di vendere i propri spazi pubblicitari per inserzioni mirate alle aziende, garantendo loro di raggiungere quella determinata fetta di destinatari che intendono colpire con i messaggi commerciali. Tuttavia, la compagnia che gestisce il sito non ha alcuna presenza tassabile in Ue e quindi, conclude Bruxelles, «i suoi utili non vengono assoggettati all'imposta sulle società in alcun paese europeo».

Un'altra fattispecie riguarda i gruppi multinazionali che vendono beni, attraverso negozi fisici o digitali, a clienti domiciliati in un paese membro. In questo caso la società A, che detiene i diritti di proprietà industriale (Ip) sul prodotto, è localizzata in una giurisdizione terza, a bassa fiscalità. Le altre società del gruppo, per esempio le società B e C localizzate in Italia e in Francia, pagano una royalty ad A per l'utilizzo della licenza (ossia il diritto a commercializzare i prodotti recanti quel marchio). Attraverso il pagamento di royalties gonfiate B e C riescono così a spostare i guadagni nel paese di A, dove sconteranno un prelievo fiscale minimo. Le attuali regole di transfer pricing, precisa la Commissione europea, «non sono in grado di fronteggiare a pieno questo fenomeno perché spesso mancano dei comparable adeguati (ossia delle transazioni confrontabili che avverrebbero tra soggetti indipendenti sul libero mercato, ndr) ed è difficile per le autorità fiscali determinare l'effettiva incidenza dell'Ip sul profitto che si è generato».

Un altro disallineamento tra quadro normativo e realtà coinvolge le web company che offrono musica, film o serie tv in streaming. In questo caso il business viene condotto da un paese extra Ue, ma i clienti che pagano l'abbonamento per accedere ai servizi risiedono nell'Unione. In base alle attuali norme nazionali e convenzionali, però, il provider non dispone di alcuna stabile organizzazione nell'Ue e quindi «i suoi ricavi vengono tassati al di fuori dell'Unione», conclude Bruxelles.





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