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di Matteo Rizzi | ItaliaOggi

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Web tax, l'Ue riscrive le regole

21/02/2018 16:10

Il commissario Moscovici anticipa la proposta che sarà formalizzata il mese prossimo. La presenza digitale è sufficiente per tassare i profitti

La web tax europea sarà applicata ai servizi digitali nel paese in cui questi vengono erogati, anche se l'azienda che li fornisce non ha una presenza fisica nel paese considerato. Una tassazione, che deve avvenire necessariamente sotto la regia dell'Unione Europea per evitare pericolose frammentazioni del mercato unico e eccessivi oneri di compliance a carico delle imprese digitali.

Ieri, Pierre Moscovici, commissario europeo agli affari economici, ha iniziato a svelare le carte sulla proposta per la tassazione digitale in studio dalla commissione europea, sbilanciandosi sui presupposti dell'imposta e bacchettando gli stati, come l'Italia, che già hanno avviato delle iniziative.«Con la nostra proposta sul tavolo, l'Ue assumerà pienamente il proprio ruolo di leader: un'Unione unita, pronta a proporre soluzioni ambiziose a livello internazionale», così Moscovici descrive la proposta che dovrebbe arrivare entro il mese prossimo. Tuttavia, tale proposta non esclude la necessità di «prendere in considerazione alcune misure mirate più immediate», afferma il commissario.

L'imposta europea sull'economia digitale dovrebbe «trovare un metodo equo per stabilire la tassazione, tenendo conto che un'azienda può fornire servizi digitali agli utenti in un mercato senza essere presente fisicamente». Una proposta che va quindi a scardinare la struttura attuale della tassazione internazionale. Principio fondamentale della fiscalità tra diverse giurisdizioni, infatti, è il concetto di «stabile organizzazione» che definisce una tassazione dei profitti all'interno del paese dove ha sede abituale l'impresa considerata, anche se questi vengono generati all'interno di un'altra nazione.

L'innovazione della Commissione tuttavia non sembra finire qui. Il commissario, infatti, fa riferimento a «un modo giusto ed efficace per riflettere sulle nuove forme di creazione di valore delle aziende». Questo si ripercuote anche «nell'allocazione dei profitti, che deve tenere conto dell'utilizzo degli utenti».Considerando quindi, per esempio, una piattaforma come Facebook, secondo la proposta della Commissione, i profitti andrebbero tassati in base al volume degli affari che coinvolgono gli utenti del paese considerato.

«In Europa», continua Moscovici, «è diventato comune per le aziende avere una significativa presenza digitale in uno Stato membro e realizzare profitti sostanziali, ma godere di livelli di tassazione prossimi allo zero. Una società di social media genera oggi oltre la metà delle sue entrate dalla sua attività internazionale. Conclude contratti in giurisdizioni estere, prendendo pieno vantaggio delle infrastrutture e degli istituti dello stato di diritto, eppure solo il 5% delle tasse pagate dalle società proviene da queste giurisdizioni». Situazione che quindi «non può più essere ignorata, perchè crea un divario enorme tra il luogo in cui i profitti vengono generati e dove questi vengono tassati», afferma il commissario.

«Si tratta di una questione di equità», continua Moscovici. «In media, i modelli di business digitali sono soggetti a un'aliquota fiscale effettiva del 9%. Questo è meno della metà rispetto ai tradizionali modelli di business che sono soggetti ad un'aliquota fiscale effettiva del 21%».

Anche l'equilibrio dei conti pubblici è al centro della questione. «Mentre l'economia digitale supera quella tradizionale in termini di presenza sul mercato, gli Stati membri si trovano di fronte a basi fiscali sempre più ridotte. Per invertire tale sviluppo, i governi devono proteggere le loro basi imponibili». Tuttavia, «una combinazione di provvedimenti nazionali frammentati e non coordinati avrebbe un impatto negativo sul mercato unico, aumenterebbe i costi di conformità e minerebbe la competitività delle imprese». Questo, un richiamo evidente all'Italia, che «ha preso misure unilaterali nel tentativo di risolvere il problema».

Per quanto riguarda la collaborazione extra Ue, «stiamo lavorando a stretto contatto con l'Ocse su questo tema». Tuttavia, Moscovici spinge la mossa europea dato che «c'è poco appetito tra i principali attori globali per trovare soluzioni concrete». Ma la volontà degli stati membri dell'Unione «è stata molto chiara sulla priorità di trovare una soluzione». Nelle sue conclusioni del dicembre 2017, il Consiglio Ecofin aveva infatti auspicato l'adozione di adeguate proposte della Commissione entro l'inizio del 2018, tenendo conto degli sviluppi delle discussioni in corso dell'Ocse.





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