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di Valerio Stroppa | ItaliaOggi

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Web tax Ue con due soluzioni

02/03/2018 10:15

Analisi della bozza di proposta sulla tassazione digitale della Commissione europea. Tassazione sui ricavi, a seguire una riforma globale

Una soluzione finale, risolutiva ma tecnicamente complessa e lunga da realizzare, e una soluzione temporanea, più limitata nel cogliere l'effettiva creazione del valore a livello fiscale ma più immediata e fattibile. La prima tasserebbe gli utili, la seconda i ricavi conseguiti dalle multinazionali di internet.E mentre nel primo caso il prelievo tributario sarebbe quello ordinariamente previsto per le società (come l'Ires italiana), nel secondo si verrebbe a creare una nuova imposta, con aliquota fissata in un range compreso per il momento tra l'1% e il 5%.

È questo il doppio binario che emerge dalla bozza del provvedimento pervenuta a ItaliaOggi, sul quale si muove la Commissione europea nella predisposizione della webtax che sarà presentata il 21 marzo.

Pur ribadendo che la soluzione ideale alla problematica dell'elusione sui profitti realizzati online rimane «un approccio globale», Bruxelles deve fare i conti con una serie di esigenze a breve termine, consistenti per lo più nella «elevata pressione politica per gli stati membri di adottare misure urgenti, anche di portata più limitata rispetto all'effettiva dimensione del problema», si legge nella bozza messa a punto dai tecnici comunitari lo scorso 26 febbraio.

Nell'ottica di evitare pericolose azioni dei singoli governi, che potrebbero comportare problematiche applicative per le aziende e possibili violazioni alle regole sul mercato unico, l'Ue sta quindi elaborando una strategia basata su due alternative.

Si ricorda che anche l'Italia ha introdotto la sua webtax con l'ultima manovra di bilancio, che sarà applicabile tuttavia solo a partire dal 2019 (anche se diverse forze politiche in fase di campagna elettorale ne hanno già annunciato la modifica o la vera e propria abrogazione).

La soluzione finale. Il piano d'azione ideale secondo la Commissione si muoverebbe all'interno della normativa sulle imposte societarie dei singoli stati. Attraverso una specifica direttiva sarebbe creato un nuovo concetto di stabile organizzazione digitale, da includere nelle negoziazioni in corso sulla base imponibile unica consolidata (Ccctb).

Il provvedimento, da recepire a cura dei singoli stati, avrebbe però il limite di «intercettare» solo le operazioni digitali realizzate tra paesi membri e quelle tra un paese membro e un paese terzo che non ha stipulato una convenzione contro le doppie imposizioni con quel paese. Viceversa, le transazioni sarebbero regolate dai trattati bilaterali, che le leggi nazionali non possono sconfessare. Da qui l'esigenza per Bruxelles di emanare anche una specifica raccomandazione agli stati membri, sollecitandoli a modificare le convenzioni, inserendo il nuovo concetto di stabile organizzazione digitale e le regole per la ripartizione dei profitti infragruppo secondo le best practice dell'Ocse. L'obiettivo è garantire che gli utili siano tassati laddove sono localizzati gli utenti finali e dove gli ordini vengono raccolti.

La soluzione temporanea. La seconda opzione, che in realtà potrebbe anche costituire un interim in attesa che quella globale sia implementata, è di più breve periodo. Con una direttiva europea sarebbero individuate le attività digitali da tassare e istituita una nuova imposta su queste ultime. Si tratta, di fatto, del medesimo approccio già seguito dal legislatore italiano con la legge n. 205/2017.

In questo caso il prelievo fiscale colpirebbe i ricavi (invece degli utili) e a pagare sarebbero solo i grandi gruppi, con fatturato superiore ai 750 milioni di euro e vendite online rilevanti in Ue per almeno 10 milioni di euro, a prescindere che l'operazione avvenga intra Ue o con giurisdizioni extra Ue.





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